Dott.ssa Valentina Sparatore – Psicologa Clinica – Psicoterapeuta - Consultazione Genitoriale

Dott.ssa Valentina Sparatore – Psicologa Clinica – Psicoterapeuta - Consultazione Genitoriale

Specializzata sulla genitorialità, in particolar modo: Uso di strumenti di osservazione dei processi relazionali e intergenerazionali attraverso la teoria dell’attaccamento; la decodifica dei racconti attraverso l’ASCI; il lavoro con il “bambino rimosso” del genitore; l’uso dei video nella consultazione; genitorialità adottiva e affidataria; valutazione del profilo psicologico del bambino; l’uso del video intervento, secondo il protocollo VIPP-SD per promuovere la genitorialità positiva e la disciplina sensibile; parenting training secondo il protocollo “circle of security”, utilizzabile sia in contesti terapeutici che educativi, in setting individuali e di gruppo.

Dal 2008 Counselor professionista in ambito psicologico-educativo, riconosciuto dal CNCP.

Dal 2015 libero professionista e psicoterapeuta individuale, specializzata in consultazioni genitoriali tramite video intervento.

 

VALUTAZIONE, DIAGNOSI e INTERVENTO nell’area evolutiva DSA - BES - ADHD - DISTURBI EMOTIVI

INTERVENTI INDIVIDUALI
-   Riabilitazione ed intervento psicologico e cognitivo
-   Potenziamento cognitivo
-   Training per attenzione e memoria

-   Intervento con bambini sordi e udenti con disturbo della comunicazione e del linguaggio (con psicoterapeuta segnante)

-   EMDR, intervento per l’elaborazione dei traumi.

SCUOLA
-   Partecipazione ai GLH e supporto alle insegnanti nella didattica
-   Supporto compiti e metodo di studio.

GENITORIALITA’
-   Supporto alla genitorialità individuale
-   Parent training per coppie genitoriali
-   Terapia di coppia cognitivo-comportamentale e Schema Therapy.

INTERVENTI IN PICCOLO GRUPPO
-   Gruppi bambini/adolescenti per la gestione delle emozioni (con l’ausilio di materiali tratti dal film “Inside Out”)
-   Gruppo compiti per DSA e BES scuola primaria e secondaria.

L'EMDR si focalizza sul ricordo del trauma andando a “bussare” nel punto del nostro cervello in cui esso è trattenuto come informazione male immagazzinata e innesca un processo che riattiva l’elaborazione dell’informazione, ottenendo un sollievo dei sintomi, come conseguenza del lavoro mirato su ciò che ne è alla base.

In breve, il terapeuta chiede al paziente di focalizzare la propria attenzione su specifici aspetti del ricordo; in particolare, chiede di richiamare l’immagine peggiore, l’emozione ed il pensiero negativo su di sé. Nel corso di un’esperienza traumatica, infatti, sempre impariamo qualcosa di negativo su di noi: se siamo aggrediti da un cane, possiamo imparare “sono in pericolo”; se veniamo umiliati (si tratta di un trauma con la "t minuscola"), possiamo imparare “sono sbagliato”; se mamma non si presenta alla recita scolastica, possiamo pensare “non conto niente”; se abbiamo perso una persona cara, possiamo pensare “non posso sopportarlo” ecc.   

La convinzione negativa rimane concretamente attiva, finché l’evento da cui si è generata non viene completamente elaborato. E’ per questa ragione che se a 3 anni siamo stati assaliti da un cane e abbiamo imparato “sono impotente”, possiamo vivere come attuale questa stessa convinzione, anche 40 anni dopo, di fronte ad un chiwawa che abbaia davanti a noi, e per questa ragione reagire con panico.

 

EMDR: Le 8 tappe dell’elaborazione del trauma

L'EMDR ha una struttura ben delineata, che si articola 8 fasi e permette una elaborazione accelerata dell’informazione, attraverso una doppia focalizzazione sull'esterno e sull'interno: il terapeuta chiede al paziente di seguire con gli occhi le sue dita che muovono da destra a sinistra (stimolo esterno) e, contemporaneamente, focalizzarsi sul ricordo disturbante (stimolo interno)

 

Fase 1: Anamnesi e pianificazione

Viene discusso il problema che ha portato la persona a chiedere aiuto ed effettuata una indagine approfondita della storia di vita per mettere a fuoco gli specifici eventi del passato da cui deriva la sintomatologia.

 

Fase 2: Preparazione

Si prepara il paziente al lavoro, spiegando la procedura dell'EMDR; inoltre si insegna al paziente una tecnica di rilassamento chiamata posto al sicuro, che prevede anch'essa l’utilizzo dell'EMDR e che viene successivamente utilizzata per gestire le attivazioni emotive

 

Fase 3: Pianificazione degli interventi

Si pianifica l’ordine con cui elaborare i ricordi messi precedentemente a fuoco

 

Fase 4: Desensibilizzazione

E’ la fase dell’elaborazione vera e propria; il terapeuta invita il paziente a richiamare l’immagine più disturbante del ricordo; ad individuare la cognizione negativa e le sensazioni corporee associate; una volta che il paziente è emotivamente in contatto con tutto ciò, comincia a seguire con gli occhi le dita del terapeuta, il quale aiuta il paziente a seguire il processo, mentre affiorano i ricordi. Dopo aver completato l’elaborazione di un ricordo (cosa che richiede più di una seduta), il disagio sperimentato, richiamando alla mente il ricordo stesso, è pari a 0 e la convinzione negativa inizialmente associata non viene più vissuta come “vera”

Fase 5: Installazione

A questo punto, una volta che il ricordo è stato desensibilizzato (non fa più effetto ripensarci), si chiede di mettere a fuoco una convinzione positiva da associare. Ad es., nel caso dell’immagine relativa al cane che può avermi aggredito tanti anni fa, la convinzione positiva potrebbe essere ora sono al sicuro.

 

Fase 6: Scansione corporea

Si tratta di una sorta di prova del nove: una volta che il disagio sembra essere sceso a 0, il terapeuta invita il paziente a richiamare nuovamente il ricordo alla mente, ad occhi chiusi, associandolo alla convinzione positiva (es. ora sono al sicuro) e ad eseguire una sorta di scansione corporea, notando se avverte eventuali tensioni. In caso positivo, si eseguono un po’ di movimenti oculari, fino a quando non si avvertano più tensioni corporee.

 

Fase 7: Chiusura

Il terapeuta informa il paziente su quello che potrebbe notare dopo la seduta e lo invita ad appuntare eventuali tensioni, emozioni, pensieri.

 

Fase 8: rivalutazione

Il paziente rievoca l’evento elaborato nella seduta precedente e valuta con il terapeuta se sono stati mantenuti i benefici; dopodiché si prosegue con il ricordo successivo. 

L'EMDR è una efficace tecnica psicoterapeutica che porta un rapido e duraturo sollievo alla maggior parte dei pazienti che soffrono di ansia, panico, depressione, ricordi inquietanti e molti altri problemi emotivi che, di fatto, non sono altro che ripercussioni emotive di traumi con la t minuscola o Traumi con la T maiuscola accaduti in un tempo recente o anche lontano.

 

Come funziona l'EMDR?

L'EMDR poggia concettualmente sul modello AIP (Elaborazione Adattiva dell’Informazione) che implica 3 presupposti:

  1. Il nostro cervello possiede una innata capacità di elaborare le esperienze negative, stressanti o traumatiche, attivando un processo di “autoguarigione” (così come lo stomaco è fisiologicamente in grado di digerire ciò che mangiamo)
  2. Un evento traumatico (la perdita di una persona cara, una diagnosi che ci ha fatto sentire in pericolo, un avvenimento fortemente stressante che ci ha fatto perdere quel senso di sicurezza che davamo per scontato) può bloccare la naturale capacità del cervello di attuare il processo di “digestione” dell’esperienza.
  3. L'EMDR fornisce uno stimolo che consente al cervello di riavviare il naturale sistema di auto-guarigione: la brutta esperienza viene così “digerita” e possiamo ricordarla senza sentirne più il sapore emotivo.

 

Per comprendere l'effetto dell'EMDR sul trauma è utile tenere presente che le esperienze rimangono fisicamente in memoria sotto forma di connessioni tra reti neurali. E’ proprio in queste connessioni che il cervello registra il malessere. Non solo; in caso di esperienze potenzialmente traumatiche e con un forte impatto emotivo, la massiccia quantità di adrenalina rilasciata dal nostro corpo, fa sì che suddette connessioni si consolidino.

La conseguenza di questi meccanismi neurochimici sta nel modo in cui il trauma viene memorizzato: non qualcosa a cui possiamo pensare con distacco, ben consapevoli che, di qualunque cosa si sia trattato, è passato ma qualcosa che continua a farci soffrire, come se stesse accadendo ora.

Talvolta può succedere che vengano attivati ricordi non accessibili alla consapevolezza; in tal caso possiamo sperimentare un intenso malessere emotivo e/o fisico che non ci appare riconducibile a nulla di specifico o, ancora, può accadere che abbiamo una reazione molto intensa di fronte ad un evento che per altri non sarebbe altrettanto attivante (ad es. un attacco di  panico, picchi di ansia, una reazione disregolata di rabbia di fronte ad un figlio che disubbidisce, una intensa paura ad entrare in un ascensore o all'idea di prendere un aereo, vissuti di fallimento e inadeguatezza per aver commesso un errore, attacchi di gelosia ecc.).

In casi come questi, evidentemente, uno stimolo attuale ha riattivato una rete neurale che trattiene la memoria di un evento traumatico, inducendoci a risperimentare emozioni antiche; in breve, il nostro corpo ricorda (rivivendoli) vissuti di un tempo, senza che abbiamo la consapevolezza di star ricordando qualcosa.

Per chi lo desidera, l'argomento viene approfondito illustrato come con la tecnica dell’EMDR possiamo elaborare ricordi traumatici, lasciando il passato nel passato.

Studio di Psicoterapia TALENTI, Psicoterapia dei traumi - EMDR a Roma

I ricordi traumatici ed i ricordi “normali” vengono immagazzinati in modo diverso nel cervello. I ricordi traumatici, a differenza di quelli piacevoli o non disturbanti, vengono immagazzinati (con le emozioni e le sensazioni ad esso associati) in un luogo del cervello chiamato amigdala, che ha la caratteristica di non avere il senso del tempo.

Tali ricordi, che rimangono come “congelati”, hanno la facoltà di riattivarsi in circostanze particolari che, per qualche verso, somigliano alla situazione traumatica, facendo sì che la persona risperimenti le stesse emozioni e sensazioni di allora. Proviamo a fare un esempio: se, all'età di 3 anni, sono stata aggredita da un cane, con molta probabilità ho sperimentato una intensa paura, il cuore ha cominciato a battere all'impazzata e mi sono sentita impotente e sopraffatta. 

Questo ricordo “traumatico” potrebbe essere rimasto “congelato” e riattivarsi in tutta la sua intensità anche 40 anni dopo, di fronte ad innocuo chiwawa, rendendomi di fatto incapace di fare una valutazione adulta e rendermi conto anche “di pancia” che sono perfettamente al sicuro. La riattivazione del ricordo traumatico mi farebbe comunque sentire in pericolo, molto spaventata e impotente anche di fronte ad un piccolo quadrupede del peso di 3 kg.

I vari sintomi psicologici per cui le persone chiedono aiuto (come attacchi di panicofobieansiadepressione, senso di inadeguatezza – solo per nominarne alcuni) sono proprio legati al riaffiorare della intensa emotività legata a ricordi traumatici inaccessibili alla consapevolezza. In breve, la persona rivive le stesse emozioni e sensazioni di allora senza avere la consapevolezza che il suo corpo sta ricordando qualcosa; ciò di cui la persona si accorge è solo di “star male”, in assenza di un apparente motivo.

 

Cosa succede dopo un evento traumatico “T”?

Subito dopo aver vissuto un evento traumatico “T”, l’organismo va incontro ad una serie di reazioni dette “di stress” che, nella maggior parte dei casi, si risolvono spontaneamente dopo qualche tempo. Di cosa abbiamo bisogno per superare una esperienza traumatica? 

  1. Avere una persona di fiducia con cui parlare dell’accaduto e con cui condividere i propri sentimenti
  2. Ritornare al più presto alla routine quotidiana (scuola, lavoro ecc.)
  3. Tenere presente che le emozioni e le reazioni intense sono normali e che non durano per sempre
  4. Concedersi tutto il tempo necessario per recuperare le proprie forzeChe succede se il disagio non si risolve spontaneamente?

 

Di seguito, alcune delle reazioni che, tipicamente, possiamo aspettarci dopo un Trauma “T”:

  • Pensieri intrusivi: Arrivano involontariamente pensieri, immagini, frammenti di ricordi, soprattutto nei momenti di rilassamento
  • Problemi di sonno: Si manifestano attraverso difficoltà di addormentamento, frequenti risvegli, incubi, sogni ricorrenti.
  • Difficoltà di concentrazione: poca concentrazione in attività quali la lettura, lo studio, il lavoro ecc.
  • Reazioni fisiche: disturbi allo stomaco, stanchezza, nausea
  • Colpa: c’è la tendenza colpevolizzarsi per non aver fatto abbastanza. E’ comune ripetersi: “se solo avessi..”
  • Irascibilità: Paura del futuro, impazienza o irascibilità verso gli altri. Diventa indifferente ciò che prima era importante

 

Guarire dal trauma: la tecnica dell'EMDR per promuovere l'elaborazione di quanto accaduto

 L'EMDR è una efficace tecnica psicoterapeutica che può portare un rapido e duraturo sollievo alla maggior parte dei pazienti che soffrono di ansia, panico, depressione, ricordi inquietanti e molti altri problemi emotivi (o esistenziali, come il lutto) che, di fatto, non sono altro che ripercussioni emotive di traumi con la t minuscola o Traumi con la T maiuscola accaduti in un tempo recente o anche lontano. Ma come funziona l'EMDR?

A molti di noi sarà capitato di descrivere come traumatica una brutta esperienza e di risentire, nel raccontarla, tutto l’impatto emotivo di allora ma... cos'è un trauma? Partiamo dall'inizio.

Le parole Trauma e Psiche derivano dal greco e significano ferita e anima; possiamo dunque pensare al trauma psicologico come ad una "ferita dell'anima". Le “ferite dell’anima” non sono, in realtà, troppo diverse da quelle fisiche; nella maggior parte dei casi, esse si rimarginano da sole in poco tempo; talvolta, tuttavia, si deve ricorrere all’intervento esterno. Allo stesso modo, dopo una ferita emotiva importante, il naturale processo di guarigione spontanea può "incepparsi"; in tal caso, poter contare su un aiuto specialistico, può davvero fare la differenza.  

 

Terapia EMDR - I Traumi non sono tutti uguali

Per districarsi nell'universo del trauma psicologico, è utile operare una distinzione in due macro-aree chiamate, per facilità di comprensione Traumi con la T maiuscola e traumi con la t minuscola.

I Traumi con la T maiuscola sono eventi di grande portata che portano alla morte o minacciano l'integrità fisica propria o delle persone care: omicidi, aggressioni, gravi incidenti stradali, lutti improvvisi o inaspettati, terremoti, diagnosi infauste, aborti, attentati terroristici ne sono chiari esempi. Accanto a tali eventi di grande portata, esistono esperienze negative soggettivamente disturbanti, che non causano nella persona la percezione di un pericolo di vita e che tuttavia sono in grado di indurre profondo malessere: fallimenti, umiliazioni, separazioni, perdita del lavoro, tradimenti sono tutti esempi di traumi con la t minuscola, in grado di provocare un disagio intenso, che spesso la persona non riesce a spiegarsi.

Non solo; quando il trauma con la t minuscola caratterizza la relazione con una figura di riferimento, nell'età dello sviluppo (ad es. la separazione da un genitore, l’esperienza di subire umiliazioni da parte di un genitore autoritario, l’essere criticato o continuamente confrontato con un fratello più bravo, l’essere gratificato esclusivamente in caso di prestazioni oltre un certo livello, l’assistere alle liti tra i genitori), questo è in grado di influenzare profondamente, in modo negativo, il livello di autostima della persona. Altre fonti di traumi con la t minuscola, sempre nell'infanzia - adolescenza, sono rappresentate dalla relazione con i pari e/o con gli insegnanti: l’essere rifiutati dal gruppo, il subire bullismo, l’essere derisi, l’essere umiliati dagli insegnanti sono tutte “ferite dell’anima” in grado di generare convinzioni negative pervasive del tipo “sono inadeguato."

La maggior parte dei casi di bassa autostima, ansia, depressione, paure inspiegabili hanno proprio a che fare con questa categoria di traumi.

Se per i Traumi con T maiuscola le persone non hanno difficoltà a risalire all'evento responsabile del disagio emotivo, le persone che hanno vissuto traumi di minore entità possono avere meno consapevolezza di ciò che contribuisce al loro malessere attuale.

Eppure, ogni adulto è un ex bambino che, nella sua intimità, porta ferite talvolta rimarginate, talvolta sanguinanti che possono condizionare la vita emotiva, sociale, scolastica o lavorativa attuale, senza che la persona abbia la consapevolezza delle reali radici delle proprie difficoltà... Ma come posso guarire dopo un trauma?

Consultazione genitoriale: che cos’è e come possiamo aiutarvi

 

Cos’è la consultazione genitoriale?

Talvolta ci troviamo a gestire, come genitori, alcune difficoltà nella relazione con nostro figlio, che, sebbene piccole o transitorie, possono comunque incidere negativamente sulla serenità della famiglia. Anche un bimbo assolutamente “sano” sotto il profilo medico e con un livello intellettivo nella norma, può presentare alcuni “sintomi” al livello comportamentale e relazionale di fronte ai quali non sappiamo cosa fare, finendo per sentirci impotenti.

Nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, si possono infatti presentare:

  • paure (talvolta vere e proprie fobie)
  • enuresi
  • un'espressione della rabbia che può apparirci eccessiva o scollegata con quanto sta accadendo
  • rifiuto ad andare a scuola
  • disubbidienza persistente
  • oppositività
  • inosservanza delle regole
  • dipendenza
  • richieste eccessive di attenzione
  • insicurezza
  • chiusura
  • difficoltà a socializzare con altri bimbi.

Questi sono solo alcuni dei modi in cui un bambino può manifestare uno stato di disagio, facendo sì che, di fatto, lo sperimentiamo anche noi in prima persona. In effetti, la principale caratteristica del disagio di un bambino consiste nel creare, a corto circuito immediato, una situazione di sofferenza/insofferenza nell’adulto con cui interagisce: di fronte ad un bambino che “sta male” e manifesta tale star male con comportamenti non accettabili, anche l’adulto che di lui si prende cura “sta male” a sua volta, perché questo è il normale modo di comunicare a livello umano quando sono in ballo contenuti di ordine emotivo.

In tali situazioni in cui la buona volontà di chi quotidianamente lo alleva, non è sufficiente a promuovere significativi cambiamenti nel comportamento del bambino, la consultazione genitoriale può davvero fare la differenza.

 

Come possiamo aiutarvi?

Noi partiamo dal presupposto che il “comportamento problematico” che il bambino mostra in famiglia o a scuola rappresenti una sorta di “messaggio in codice” che egli invia a noi, adulto di riferimento; un messaggio “senza pensiero” sotto il quale nasconde un bisogno non espresso in modo chiaro, al quale rischiamo di fornire, sotto stress, una risposta istintiva finendo per ignorare, inconsapevolmente, la richiesta di aiuto che si cela dietro il comportamento problematico.

L’obiettivo che ci poniamo nella consultazione genitoriale è quello di supportare gli adulti di riferimento, facilitando una corretta decodifica del messaggio relazionale, nonché l’individuazione di un’adeguata risposta: se, come già detto, il comportamento è un messaggio senza pensiero, va da sé che il ruolo dell’adulto coinvolto in un processo educativo sarà proprio quello di “mettere del pensiero” sul messaggio veicolato dal comportamento del bambino.

In sintesi, questa cornice di significato sposta il ruolo del genitore da “vittima” della sofferenza creata dal disagio del bambino ad artefice principale della strategia di aiuto: l’adulto, posto al centro del circuito, esce dallo stato d’impotenza a cui lo costringeva il subire il disagio e si assume il potere di raccogliere la sofferenza per rispondervi in modo costruttivo.

La nostra esperienza ci dice che questa è la via da percorrere per uscire dallo stallo e ritrovare la serenità.

Perché i bambini continuano a piangere anche dopo aver imparato a parlare?

 

Quando un bimbo piccolo piange, tendiamo ad accettare di buon grado il suo pianto, perché sappiamo che sta esprimendo un bisogno nell'unico modo che conosce. Col tempo, il bambino cresce ed impara ad usare le parole; eppure, anche quando il pianto usato come mezzo per comunicare bisogni viene rimpiazzato dal linguaggio verbale, esso non scompare, lasciando spesso sconcertati noi genitori poiché, talvolta, nulla di ciò facciamo sembra in grado di farlo cessare.

Effettivamente, il pianto è il mezzo attraverso il quale i bambini molto piccoli comunicano i loro bisogni ma vi è un secondo motivo meno noto, per cui piangono durante l’infanzia.

Tutti i bambini accumulano sensazioni dolorose legate a piccoli traumi e ad inevitabili frustrazioni quotidiane o alla attitudine ad interpretare i messaggi che riceve con la sua ipersensibilità fortemente soggettiva. 

 

 

Quali sono le fonti di stress che inducono in un bambino il bisogno di piangere?

 

Sono molteplici, nella vita di un bambino, le fonti di stress che creano la necessità di piangere. Come genitori può rassicurarci sapere che possiamo fare qualcosa di buono anche quando non riusciamo subito a comprendere perché nostro figlio sta piangendo; ciò che dobbiamo fare è accettarne il pianto: versare lacrime è salutare, che se ne sappia il motivo o no.

Talvolta, siamo noi adulti a causar loro inconsapevolmente lo stress, agendo sotto la spinta di rabbia, insicurezza o ansia: sgridare, sminuire, giudicare, criticare, fare confronti tra fratelli, etichettare rappresentano forme di aggressione verbale dolorosa, in grado di intaccare l'autostima di un bambino, quando riflettano una modalità di interazione abituale.

Talvolta, sempre in buona fede, corriamo il rischio di chiedere troppo a nostro figlio. I bambini hanno bisogno di poter contare sulla presenza di un adulto disponibile che si assuma la responsabilità della cura e fornisca compagnia e sostegno emotivo: chiedere ad un bambino di badare a se stesso per ore dopo la scuola o, peggio, affidargli la cura di un fratello più piccolo rappresenta sicuramente una fonte di stress, anche se egli dà l’idea di cavarsela.

Ugualmente, l’essere esposto a litigi o l’esperienza della separazione dei genitori possono causare paura, confusione, senso di colpa. Non solo; anche in assenza di eventi traumatici o di inconsapevoli mancanze da parte nostra, un bambino può sperimentare un intenso stress per la nascita di un fratellino o per il semplice fatto che le cose non sempre vanno come vorrebbe. Anche le interazioni con i coetanei sono frequentemente causa di frustrazione, per la naturale propensione a cogliere esclusivamente il personale punto di vista.

 

Quali sono i benefici del pianto?

 

Quello che, per cultura, ci è stato insegnato, è che “pianto” è sinonimo di “dolore” e che di conseguenza, la cosa più sensata che dobbiamo fare come genitori è sbrigarci a farlo cessare; solo allora, il cucciolo starà meglio.

In realtà, alcune ricerche sembrano mostrare come il pianto in sé sia un modo molto efficace per ridurre la tensione, facendo abbassare la pressione sanguigna ed il ritmo cardiaco. W. Frey, un biochimico americano, ha analizzato la composizione chimica delle lacrime umane, scoprendo che quelle versate per un dispiacere o una forte emozione sono chimicamente diverse dalle lacrime indotte da un agente irritante come la cipolla. Ulteriori analisi hanno rivelato solo nelle lacrime indotte emotivamente la presenza di ormoni dello stress, prodotti nel corpo per far fronte a qualche evento percepito come minaccioso. Il pianto, dunque, è uno stato di eccitazione fisiologica attraverso il quale l’organismo, eliminando gli ormoni dello stress dal nostro corpo, lo riporta ad uno stato di equilibrio, facendo abbassare la pressione sanguigna ed il ritmo cardiaco. Dare a nostro figlio il permesso di piangere tutte le volte che ne sente il bisogno può proteggerlo dal rischio di patologie future legate proprio allo stress: alcune ricerche hanno mostrato che le persone con livelli alti di cortisolo nel sangue hanno una maggiore incidenza di ipertensione e arteriosclerosi. Non solo; un grave effetto secondario di alti livelli di cortisolo risulta essere la soppressione del sistema immunitario ed una conseguente minore resistenza a malattie ed infezioni. Considerevole anche l’impatto su una parte del cervello che svolge una funzione importante nell'apprendimento e nella memoria.

 

 

Perché i bambini hanno intense crisi di pianto per cose banali?

 

Una volta che il bambino abbia imparato ad utilizzare il linguaggio verbale per esprimersi, gli episodi di pianto vanno ascritti alla funzione liberatoria, più che comunicativa. A noi tutti genitori è, tuttavia, capitato di assistere ad una crisi di pianto pensando che fosse assolutamente spropositata rispetto all'accaduto: un lecca-lecca alla fragola anziché all'arancia, un biscotto rotto o un’altra banalità simile. La ragione per cui i bambini piangono per tali questioni di poco conto è che hanno accumulato tensione e si servono di pretesti futili al fine di allentare lo stress.  Dunque, di fronte ad una reazione intensa di pianto per un nonnulla o quando le richieste di nostro figlio sono del tutto irragionevoli, ricordiamoci di prendere in considerazione la possibilità che abbia semplicemente bisogno di liberarsi del sovraccarico emotivo.

 

Cosa debbo fare quando mio figlio piange?

 

E’ ovvio che se nostro figlio piange perché un cane di amici gli sta abbaiando contro o perché ha appena assistito all'ennesima lite in casa, sarà poco appropriato suggerirgli di continuare a piangere perché gli fa bene! Se ci rendiamo conto che è turbato per una situazione contingente o perché è esposto ripetutamente a qualcosa che gli provoca stress, la prima cosa da fare è rimuovere la causa del disagio. In un caso come questo, non sarebbe sufficiente aiutare il piccolo ad esprimere le emozioni; è la situazione nell'insieme a dover essere risolta. Il passo successivo consiste nell'ascoltare il bambino ed accettare che pianga. Sembra facile ma, in realtà, è la prima sfida per noi genitori che, pur di vedere sempre sorridenti i nostri pargoli, spesso cerchiamo di distoglierli da ciò che li turba, dimenticando l'importanza di far sperimentare loro l'intera gamma di emozioni. Una volta finite tutte le lacrime versate, magari, tra le nostre braccia, possiamo dare un nome all'emozione di nostro figlio, pronunciando parole del tipo "Forse sei triste perché si è rotto il tuo giocattolo nuovo." Quando, invece, non siamo certi della causa del disagio, meglio evitare di collegarlo a qualche fatto accaduto, e limitarsi a dire "Sei molto triste...e hai bisogno di piangere"; in tal modo, non si sentirà frainteso. Ricordiamoci che è molto importante prima lasciarli piangere e solo dopo, eventualmente, parlare con loro, nominando ciò che stanno provando.

 

 

Non riesco a tollerare il pianto del mio bambino

 

Se è proprio difficile tollerare il pianto del nostro bimbo, è possibile usare temporaneamente la strategia della distrazione, proponendo di fare un gioco, una passeggiata o qualcosa che solitamente gradisce ma bisogna ricordare che stiamo solo rimandando, perché il suo bisogno di piangere non si sopprime attraverso la distrazione ma è solo rimandato ad un momento in cui ci sentiamo più disposti ad accoglierlo. Se, tuttavia, questo momento non arriva mai, ci sarà molto utile riflettere su alcuni aspetti della nostra storia, ponendo a noi stessi le seguenti domande:

 

Cosa facevano i miei genitori quando piangevo o facevo capricci? Venivo punito, calmato, distratto, preso in giro? Come mi sentivo? Ricorda un episodio in particolare. Come mi sarebbe piaciuto che reagissero? Mio figlio mi ricorda qualcuno quando piange? Un fratello più piccolo. un genitore in difficoltà, me da bambino? Ti sei mai sentito meglio dopo un bel pianto? Ricorda un episodio. Hai mai ricevuto ascolto solidale mentre piangevi? Come ti sei sentito?

 

La risposta a queste domande, può aiutarci a comprendere dove abbiamo imparato alcuni comportamenti di cura dell'altro, in modo automatico e senza renderci conto che stavamo imparando qualcosa. Il modo in cui reagiamo al pianto del nostro bimbo può essere frutto di un apprendimento avvenuto nella relazione con le persone che si sono prese cura di noi quando eravamo piccoli. Il fatto di diventarne consapevoli è una gran cosa perché ci dà una nuova possibilità: quella di operare una scelta laddove non sapevamo che fosse possibile scegliere!

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