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Perché i bambini continuano a piangere anche dopo aver imparato a parlare?

 

Quando un bimbo piccolo piange, tendiamo ad accettare di buon grado il suo pianto, perché sappiamo che sta esprimendo un bisogno nell'unico modo che conosce. Col tempo, il bambino cresce ed impara ad usare le parole; eppure, anche quando il pianto usato come mezzo per comunicare bisogni viene rimpiazzato dal linguaggio verbale, esso non scompare, lasciando spesso sconcertati noi genitori poiché, talvolta, nulla di ciò facciamo sembra in grado di farlo cessare.

Effettivamente, il pianto è il mezzo attraverso il quale i bambini molto piccoli comunicano i loro bisogni ma vi è un secondo motivo meno noto, per cui piangono durante l’infanzia.

Tutti i bambini accumulano sensazioni dolorose legate a piccoli traumi e ad inevitabili frustrazioni quotidiane o alla attitudine ad interpretare i messaggi che riceve con la sua ipersensibilità fortemente soggettiva. 

 

 

Quali sono le fonti di stress che inducono in un bambino il bisogno di piangere?

 

Sono molteplici, nella vita di un bambino, le fonti di stress che creano la necessità di piangere. Come genitori può rassicurarci sapere che possiamo fare qualcosa di buono anche quando non riusciamo subito a comprendere perché nostro figlio sta piangendo; ciò che dobbiamo fare è accettarne il pianto: versare lacrime è salutare, che se ne sappia il motivo o no.

Talvolta, siamo noi adulti a causar loro inconsapevolmente lo stress, agendo sotto la spinta di rabbia, insicurezza o ansia: sgridare, sminuire, giudicare, criticare, fare confronti tra fratelli, etichettare rappresentano forme di aggressione verbale dolorosa, in grado di intaccare l'autostima di un bambino, quando riflettano una modalità di interazione abituale.

Talvolta, sempre in buona fede, corriamo il rischio di chiedere troppo a nostro figlio. I bambini hanno bisogno di poter contare sulla presenza di un adulto disponibile che si assuma la responsabilità della cura e fornisca compagnia e sostegno emotivo: chiedere ad un bambino di badare a se stesso per ore dopo la scuola o, peggio, affidargli la cura di un fratello più piccolo rappresenta sicuramente una fonte di stress, anche se egli dà l’idea di cavarsela.

Ugualmente, l’essere esposto a litigi o l’esperienza della separazione dei genitori possono causare paura, confusione, senso di colpa. Non solo; anche in assenza di eventi traumatici o di inconsapevoli mancanze da parte nostra, un bambino può sperimentare un intenso stress per la nascita di un fratellino o per il semplice fatto che le cose non sempre vanno come vorrebbe. Anche le interazioni con i coetanei sono frequentemente causa di frustrazione, per la naturale propensione a cogliere esclusivamente il personale punto di vista.

 

Quali sono i benefici del pianto?

 

Quello che, per cultura, ci è stato insegnato, è che “pianto” è sinonimo di “dolore” e che di conseguenza, la cosa più sensata che dobbiamo fare come genitori è sbrigarci a farlo cessare; solo allora, il cucciolo starà meglio.

In realtà, alcune ricerche sembrano mostrare come il pianto in sé sia un modo molto efficace per ridurre la tensione, facendo abbassare la pressione sanguigna ed il ritmo cardiaco. W. Frey, un biochimico americano, ha analizzato la composizione chimica delle lacrime umane, scoprendo che quelle versate per un dispiacere o una forte emozione sono chimicamente diverse dalle lacrime indotte da un agente irritante come la cipolla. Ulteriori analisi hanno rivelato solo nelle lacrime indotte emotivamente la presenza di ormoni dello stress, prodotti nel corpo per far fronte a qualche evento percepito come minaccioso. Il pianto, dunque, è uno stato di eccitazione fisiologica attraverso il quale l’organismo, eliminando gli ormoni dello stress dal nostro corpo, lo riporta ad uno stato di equilibrio, facendo abbassare la pressione sanguigna ed il ritmo cardiaco. Dare a nostro figlio il permesso di piangere tutte le volte che ne sente il bisogno può proteggerlo dal rischio di patologie future legate proprio allo stress: alcune ricerche hanno mostrato che le persone con livelli alti di cortisolo nel sangue hanno una maggiore incidenza di ipertensione e arteriosclerosi. Non solo; un grave effetto secondario di alti livelli di cortisolo risulta essere la soppressione del sistema immunitario ed una conseguente minore resistenza a malattie ed infezioni. Considerevole anche l’impatto su una parte del cervello che svolge una funzione importante nell'apprendimento e nella memoria.

 

 

Perché i bambini hanno intense crisi di pianto per cose banali?

 

Una volta che il bambino abbia imparato ad utilizzare il linguaggio verbale per esprimersi, gli episodi di pianto vanno ascritti alla funzione liberatoria, più che comunicativa. A noi tutti genitori è, tuttavia, capitato di assistere ad una crisi di pianto pensando che fosse assolutamente spropositata rispetto all'accaduto: un lecca-lecca alla fragola anziché all'arancia, un biscotto rotto o un’altra banalità simile. La ragione per cui i bambini piangono per tali questioni di poco conto è che hanno accumulato tensione e si servono di pretesti futili al fine di allentare lo stress.  Dunque, di fronte ad una reazione intensa di pianto per un nonnulla o quando le richieste di nostro figlio sono del tutto irragionevoli, ricordiamoci di prendere in considerazione la possibilità che abbia semplicemente bisogno di liberarsi del sovraccarico emotivo.

 

Cosa debbo fare quando mio figlio piange?

 

E’ ovvio che se nostro figlio piange perché un cane di amici gli sta abbaiando contro o perché ha appena assistito all'ennesima lite in casa, sarà poco appropriato suggerirgli di continuare a piangere perché gli fa bene! Se ci rendiamo conto che è turbato per una situazione contingente o perché è esposto ripetutamente a qualcosa che gli provoca stress, la prima cosa da fare è rimuovere la causa del disagio. In un caso come questo, non sarebbe sufficiente aiutare il piccolo ad esprimere le emozioni; è la situazione nell'insieme a dover essere risolta. Il passo successivo consiste nell'ascoltare il bambino ed accettare che pianga. Sembra facile ma, in realtà, è la prima sfida per noi genitori che, pur di vedere sempre sorridenti i nostri pargoli, spesso cerchiamo di distoglierli da ciò che li turba, dimenticando l'importanza di far sperimentare loro l'intera gamma di emozioni. Una volta finite tutte le lacrime versate, magari, tra le nostre braccia, possiamo dare un nome all'emozione di nostro figlio, pronunciando parole del tipo "Forse sei triste perché si è rotto il tuo giocattolo nuovo." Quando, invece, non siamo certi della causa del disagio, meglio evitare di collegarlo a qualche fatto accaduto, e limitarsi a dire "Sei molto triste...e hai bisogno di piangere"; in tal modo, non si sentirà frainteso. Ricordiamoci che è molto importante prima lasciarli piangere e solo dopo, eventualmente, parlare con loro, nominando ciò che stanno provando.

 

 

Non riesco a tollerare il pianto del mio bambino

 

Se è proprio difficile tollerare il pianto del nostro bimbo, è possibile usare temporaneamente la strategia della distrazione, proponendo di fare un gioco, una passeggiata o qualcosa che solitamente gradisce ma bisogna ricordare che stiamo solo rimandando, perché il suo bisogno di piangere non si sopprime attraverso la distrazione ma è solo rimandato ad un momento in cui ci sentiamo più disposti ad accoglierlo. Se, tuttavia, questo momento non arriva mai, ci sarà molto utile riflettere su alcuni aspetti della nostra storia, ponendo a noi stessi le seguenti domande:

 

Cosa facevano i miei genitori quando piangevo o facevo capricci? Venivo punito, calmato, distratto, preso in giro? Come mi sentivo? Ricorda un episodio in particolare. Come mi sarebbe piaciuto che reagissero? Mio figlio mi ricorda qualcuno quando piange? Un fratello più piccolo. un genitore in difficoltà, me da bambino? Ti sei mai sentito meglio dopo un bel pianto? Ricorda un episodio. Hai mai ricevuto ascolto solidale mentre piangevi? Come ti sei sentito?

 

La risposta a queste domande, può aiutarci a comprendere dove abbiamo imparato alcuni comportamenti di cura dell'altro, in modo automatico e senza renderci conto che stavamo imparando qualcosa. Il modo in cui reagiamo al pianto del nostro bimbo può essere frutto di un apprendimento avvenuto nella relazione con le persone che si sono prese cura di noi quando eravamo piccoli. Il fatto di diventarne consapevoli è una gran cosa perché ci dà una nuova possibilità: quella di operare una scelta laddove non sapevamo che fosse possibile scegliere!

La nostra vita come figli è in parte un capitolo della storia dei nostri genitori. Ogni generazione è influenza da quella precedente e influenza quella successiva. Anche se i nostri genitori possono aver fatto del loro meglio, possiamo aver avuto esperienze precoci che non vorremmo trasmettere ai nostri figli. Eppure da adulti ci ritroviamo a comportarci come faceva mamma con noi o a parlare a nostro figlio o al nostro partner come ci parlava papà… ma anche se molto spesso ci ritroviamo “attaccati” comportamenti che abbiamo a nostra volta ricevuto da bambini, non siamo destinati a ripetere obbligatoriamente i pattern dei nostri genitori o del nostro passato.

Se riusciamo a comprendere il senso della storia della nostra vita possiamo costruire esperienze positive che ci consentono di andare oltre i limiti posti dal nostro passato e di creare un modo diverso di vivere per noi.

È importante dare un senso alla nostra infanzia?

Riflettere sulle esperienze della nostra infanzia può aiutarci a dare un senso alla storia della nostra vita… ma gli eventi della nostra infanzia non possono essere cambiati! Vero. Ma allora perché è utile una simile riflessione? Una comprensione profonda di noi stessi può cambiare ciò che siamo.

Dare un significato alla nostra storia ci dà la possibilità di scegliere i nostri comportamenti e di aprire la nostra mente ad uno spettro più ampio di esperienze, di avere un modo di comunicare con il nostro partner e con i nostri futuri figli che promuova sicurezza nel loro attaccamento.

L’attaccamento in età adulta

Innanzitutto che cos’è l’attaccamento? È un sistema dinamico di comportamenti che sostengono e creano un legame specifico tra due persone, in cui si percepisce il bisogno di stare vicino emotivamente e fisicamente all’altro di riferimento.

Ognuno di noi presenta un atteggiamento generale rispetto all’attaccamento, sviluppato nell’infanzia verso i nostri genitori, che influenza e si ripropone nelle nostre relazioni da adulti. Le modalità e i contenuti con cui raccontiamo le storie della nostra vita infantile lasciano trasparire la tipologia del nostro attaccamento.

Di seguito riporto le correlazioni emerse dalle ricerche della psicologa Main (2003): in base al tipo di attaccamento che abbiamo sviluppato da bambini è possibile prevedere che attaccamento avremo da adulti nei confronti del nostro partner e dei nostri figli.

Bambino   Adulto
Sicuro   Libero e autonomo
Ambivalente   Preoccupato o invischiato
Disorganizzato   Non risolto / disorganizzato

 

  1. Attaccamento adulto sicuro

Le persone che riescono a parlare delle esperienze vissute nella loro storia e nel loro attaccamento, mostrano delle narrazioni caratterizzate da flessibilità, oggettività e capacità di valutare l’importanza delle relazioni interpersonali. Le narrazioni risultano coerenti e riescono ad integrare nei loro discorsi il passato, il presente e ciò che li aspetta dal futuro.

  1. Attaccamento adulto distanziante

Questo attaccamento si mostra nelle persone che hanno avuto esperienze infantili dominate da una mancanza di disponibilità emozionale e da comportamenti di rifiuto da parte dei genitori. Può capitare che una volta diventati genitori, questi adulti si mostrano scarsamente sensibili rispetto ai segnali che inviano i figli e il loro mondo interiore sembra avere come componente fondamentale l’indipendenza. Le esperienze infantili raccontano di un “isolamento emotivo”, di un ambiente famigliare freddo e molto spesso sostengono di non ricordare le esperienze vissute da bambini. Nella loro vita sembra mancare un senso al ruolo che gli altri o il passato possono aver esercitato sul loro sviluppo, tenderanno quindi a svalutare la rilevanza delle relazioni interpersonali nella loro vita.

  1. Attaccamento adulto preoccupato

È frequente nelle persone che nei primi anni di vita hanno avuto esperienze di genitori che si prendevano cura di loro in modo incostante e imprevedibile. Spesso questi adulti diventano genitori pieni di dubbi e paura per quanto riguarda la possibilità di fare affidamento sugli altri e presentano un atteggiamento di base preoccupato caratterizzato da ansia, incertezza e ambivalenza verso le persone significative della loro vita presente. Le loro narrazioni sono in genere ricche di aneddoti che rivelano come questioni del passato lasciate in sospeso continuano ad entrare prepotentemente nel presente e tali intrusioni hanno un impatto negativo sulla capacità di rispondere in maniera flessibile a ciò che sta capitando nel qui ed ora.

  1. Attaccamento adulto non risolto

Persone che hanno vissuto perdite o traumi rimasti irrisolti possono entrare improvvisamente in stati che risultano allarmati o disorientati. Una volta diventati genitori per esempio possono apparire distanti ed estraniati quando il loro bambino è irrequieto o manifestare segni di disagio, oppure possono arrabbiarsi e diventare minacciosi se un bambino eccitato corre cantando “troppo forte”. Ma perché succede questo? La presenza di elementi non risolti determina un’interruzione nei flussi di informazioni nella mente e riduce le capacità di raggiungere un equilibrio emozionale e quindi di mantenere una relazione flessibile con gli altri. Questi processi influenzano in modo diretto le relazioni significative con gli altri nel presente.

E tu, che attaccamento pensi di aver sviluppato nella tua infanzia?

Essere consapevoli della nostra storia ci può aiutare a vivere meglio con gli altri e a diventare genitori flessibili e accoglienti. Diversi studi (Siegel - Hartzell, 2005) dimostrano che uno stato di attaccamento sicuro può essere “acquisito” in età adulta attraverso un processo di crescita associato a relazioni positive con amici, partner, insegnanti o terapeuti.

Incominciare cercando di approfondire la conoscenza che abbiamo di noi stessi e della nostra infanzia ci aiuta ad elaborare una storia coerente della nostra vita e ci permette di unire e integrare i temi del nostro passato con quelli del nostro presente, mentre ci muoviamo verso il futuro.

Nel linguaggio comune il termine “stress” assume il senso di tensione, preoccupazione, senso di malessere diffuso, ma in psicologia cos’è lo stress?

Lo stress è la risposta psico-fisica che si manifesta quando siamo sottoposti a situazioni (positive o negative) che richiedono un cambiamento.

Quali situazioni possono provocare stress?

  • eventi della vita piacevoli e spiacevoli: matrimonio, nascita di un figlio, morte di una persona cara, divorzio, pensionamento…
  • cause fisiche: freddo o caldo intenso, abuso di fumo e di alcool, fattori alimentari, malattie fisiche…
  • fattori ambientali: ambienti rumorosi o inquinati, difficoltà economiche, lavorative…
  • cataclismi: catastrofi naturali, sconvolgimenti politici o sociali

Lo stress è sempre negativo?

In realtà, lo stress non è né positivo né negativo, è una spinta all’adattamento, una forma di energia che ci aiuta a raggiungere un obiettivo. Lo stress svolge un ruolo adattivo molto importante nella nostra vita, solo se l’individuo non riesce a fronteggiare adeguatamente gli stimoli esterni insorgono condizioni di disagio.

Perché un evento diventa stressante?

Lo stress non è solo qualcosa che sta al di fuori, nell’ambiente che ci circonda, ma è anche il risultato di un processo di valutazione dell’individuo. Questa mediazione psicologica ci aiuta a capire come mai “ciò che è stressante per me, può non esserlo per te”. A fare la differenza è il peso emotivo che diamo all'evento e come giudichiamo la nostra capacità di affrontarlo.

Come ci stressiamo?

Hans Selye, il pioniere dello studio sullo stress, descrive il processo stressogeno suddividendolo in tre fasi:

  1. fase di allarme: sentiamo l’esubero dei doveri, ma mettiamo in moto le nostre risorse per adempierli
  2. fase di resistenza: stabilizziamo le nostre condizioni e ci adattiamo alle nuove richieste
  3. fase di esaurimento: sentiamo che le nostre risposte non sono più sufficienti, avviene il crollo delle difese, sentiamo l'incapacità ad adattarci ulteriormente ed insorgono diversi sintomi

Quali sono i sintomi dello stress?

  • fisici: mal di testa, collo e spalle tese, dolore allo stomaco, tachicardia, irrequietezza, insonnia, stanchezza, perdita di appetito…
  • comportamentali: digrignare i denti, attitudine alla critica, aumento dell’uso di alcolici o di fumo, mangiare compulsivamente…
  • emozionali: piangere, senso di pressione, ansia, rabbiainfelicità, sentire di essere sul punto di esplodere, impotenza…
  • cognitivi: distrarsi facilmente, perdita di memoria, mancanza di creatività…

Come ridurre lo stress?

I campanelli d'allarme che per molto tempo possono averci infastidito, possono diventare sintomi di una malattia e lo stress attacca il nostro corpo nei suoi punti più vulnerabili. Un livello elevato di stress può essere ridotto facendo ricorso a:

  • psicoterapia: consente di stabilire un contatto consapevole con la propria esperienza interiore (pensieri, emozioni, bisogni), di imparare a riconoscere i propri segnali di stress e di potenziare le proprie risorse. Il sostegno psicologico favorisce, inoltre, l'emergere di nuovi significati personali e di nuove possibilità di scelta che possono portare nella direzione di un maggior benessere
  • tecniche di rilassamento: mirano a controllare e a gestire le risposte fisiologiche legate allo stress; imparando a controllare queste reazioni, si può raggiungere uno stato di rilassamento piuttosto che di tensione
  • tecniche di assertività: mirano a sviluppare la capacità di esprimere in modo costruttivo le proprie opinioni e i propri sentimenti (positivi e negativi), quindi di richiedere cambiamenti nei comportamenti di coloro con cui si interagisce e di imparare a “dire di no” a richieste irragionevoli, riconoscendo i propri limiti e gestendo efficacemente la pressione esterna.

 

 

A chi non è mai capitato di arrabbiarsi? Spesso la rabbia viene considerata un’emozione negativa da reprimere, inopportuna, irragionevole e associata all’aggressività. La realtà è che la sua carica distruttiva dipende dall’uso che se ne fa, o meglio, che non se ne fa.

La rabbia diventa dannosa quando non viene riconosciuta, quando si tenta di negarla. La rabbia repressa infatti può alimentare sentimenti depressivi e di inferiorità e il nostro corpo può darci segnali di sofferenza attraverso manifestazioni psicosomatiche come psoriasi, gastriti, mal di testa.

A cosa serve la rabbia? 

La rabbia è un importante “segnale di allarme”, ci comunica che qualcosa non va e ci predispone ad agire in senso protettivo per noi stessi. La rabbia può segnalarci che i nostri diritti sono stati violati, che i nostri bisogni non sono appagati, ci segnala che ci sentiamo insoddisfatti o frustrati. Ascoltare la propria rabbia ci aiuta quindi ad essere autentici con noi stessi e con gli altri.

Come esprimere la rabbia in modo costruttivo?

Non tutte le modalità sono adeguate. Riabilitare la rabbia non significa certo urlare o essere aggressivi. Dietro la rabbia si cela sempre un dolore o una insoddisfazione e agire in modo aggressivo certamente è un modo per disperdere la propria energia ed evitare di sentire il dolore sottostante. Affinché i nostri sentimenti siano ascoltati è necessario, sempre e in ogni occasione, esprimere con calma e a parole il proprio stato d'animo.

Prenditi una pausa e parla con un amico. Spesso è indispensabile allontanarsi dalla situazione che ha innescato la rabbia e rimandare la comunicazione: “in questo momento sono molto arrabbiato e non sono in grado di parlare costruttivamente con te, ne parliamo quando sarò più calmo”. Inoltre, scaricare il primo moto di collera con un amico può aiutarci ad adottare successivamente un approccio disteso nella conversazione e acquisire eventualmente, grazie al confronto, un nuovo punto di vista.

Chiarisciti le idee. È importante avere chiaro ciò che si prova e cosa si ha intenzione di comunicare all’altro, ponendosi degli interrogativi, ad esempio:

  • “Cosa mi ha fatto arrabbiare?”
  • “Quanta responsabilità ho rispetto a quanto è accaduto?”
  • “Come può essersi sentita l’altra persona?”

Comunica le tue opinioni. È utile adottare uno stile assertivo di comunicazione evitando accuse e ingiurie, in quanto l’obiettivo è quello di ristabilire un equilibrio e non di prevaricare l’altro. Lo psicoterapeuta T. Gordon propone il sistema dei messaggi-io basato sulle seguenti linee guida:

  • definire con precisione cosa ci ha disturbato: “ieri quando eravamo a cena con gli amici, hai detto che… con un tono… e io mi sono sentito molto arrabbiato”
  • condividere le proprie emozioni: “quando capita che… io mi sento…”
  • esprimere i propri bisogni attuali e le proprie motivazioni: “vorrei che... ho bisogno di… perché per me è molto importante…”
  • comunicare le proprie aspettative: “mi piacerebbe se tu… e io cercherò di…”

Vivi profondamente la tua rabbia. Se siamo in un luogo sicuro, da soli, con un amico o con un terapeuta, permettiamoci di parlare ad alta voce, di urlare, di scalciare e colpire cuscini. In tal modo si affievolisce l'istinto di compiere un atto aggressivo e saremo più capaci di affrontare efficacemente le situazioni che si presentano. Un altro modo per esprimere la propria collera è ricorrere all’esercizio fisico e ad esercizi di rilassamento.

Chiedi aiuto se necessario. Imparare a gestire la rabbia è una sfida per chiunque, ci sono dei momenti della propria vita in cui la rabbia diventa incontenibile ed in questi casi è importante considerare la possibilità di consultare uno psicoterapeuta.

Come gestire la rabbia quando l'altro è arrabbiato?

Uno degli strumenti più validi si chiama active listening, ossia ascolto attivo, che può essere sintetizzato in tre momenti:

  • Primo: porre domande chiarificatrici all’interlocutore, domande che dovrebbero essere sempre aperte, generiche e rivolte ad indagare le motivazioni: “cosa ti ha fatto arrabbiare?”, “come mai per te è così importante…?”. Vanno sicuramente evitate affermazioni del tipo: “non è il caso di prendersela per così poco!”, a meno che non vogliate vedere la rabbia trasformarsi in aggressione
  • Secondo: riassumere le affermazioni dell’interlocutore in modo da costruire un dialogo con l’altro in relazione all’episodio: “da ciò che racconti, mi sembra di capire che…
  • Terzo: cogliere e rimandare le emozioni che l’altro ci esprime, ossia avere empatia nell’ascolto e nella comunicazione: “capisco come tu ti possa sentire (frustrato) quando…

La rabbia è semplicemente un’emozione come la tristezza, la gioia, la paura e tutte le emozioni non sono altro che impulsi ad agire, piani di azione di cui ci ha dotati l’evoluzione per gestire al meglio la nostra vita.

Il cioccolato è uno degli alimenti più consumati in tutto il mondo e viene definito il “cibo del buon umore”, ma vero che mangiare cioccolata genera benessere? I risultati degli studi sono controversi.

Mangiare cioccolata stimola la produzione di serotonina e di endorfine capaci di produrre un effetto di innalzamento del tono dell’umore. Il cacao contiene monoammine, tra cui la feniletilammina che è capace di produrre le stesse sensazioni che sperimenta una persona innamorata. Il consumo di cioccolato può offrire dunque sensazioni di rilassamento e di felicità (Università di Helsinki, in Finlandia).

Il cacao è anche uno stimolante naturale, può provocare un incremento dell’attenzione, dello stato di allerta e del rendimento mentale. Gli studenti che bevono una tazza di cioccolato risultano più efficienti intellettualmente di quelli che non lo bevono (Università di Wheeling in West Virginia). Il cacao, inoltre, ha effetti antiossidanti, di prevenzione delle malattie cardiovascolari e di alcune forme di cancro (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione).

Una cosa è certa: consumare cioccolata procura piacere e si associa all’attivazione di molte funzioni psicologiche. Il piacere della cioccolata può quindi generare benessere e predisporre a comportamenti sociali amorevoli (Lorenzini, Scarinci, 2013).

Gli studi condotti fino ad oggi indicano che l’assunzione quotidiana di 50 grammi di cioccolato fondente per 3 giorni riduce i sintomi dello stress, dell’ansia e della depressione. In generale, il consiglio più diffuso sembra essere quello di non farsene mancare circa 28 grammi al giorno.

Tuttavia, altre ricerche attestano risultati esattamente contrari: il cioccolato potrebbe essere una concausa importante di infelicità, sbalzi d’umore e depressione. Il consumo di cioccolato può dare dipendenza, in quanto può essere consumato per appagare il proprio vuoto affettivo, per noia, per appagare un desiderio in modo rapido e compulsivo; può condurre all’obesità, alla perdita di controllo sui propri impulsi e addirittura alla perdita di autostima (Associazione Dietetica e della Nutrizione Britannica).

Infine, una ricerca australiana (pubblicata su Journal of Affective Disorders) esclude l’effetto benefico della cioccolata sull’umore: “La cioccolata può fornire un piacere emotivo, soddisfacendo un desiderio, ma quando viene consumata per avere un conforto o per vincere il malumore, è più probabile che sia associata a un prolungamento dello stato d’animo negativo, piuttosto che alla sua fine”.

Che conclusioni trarne?

Il cioccolato, come tanti altri alimenti o sostanze, ci mostra i suoi effetti positivi ma anche i suoi lati negativi: può dare piacere, calore, appagare, ma può anche indurre l'aumento di peso, rendere dipendenti e influire negativamente. Certamente è importante distinguere tra il cacao puro e il cioccolato ricco di grassi, zuccheri e calorie.

Ippocrate sosteneva che “è la dose che fa il veleno”. Consumare cioccolato dovrebbe essere un momento di piacere e non un modo per tentare di controllare o sfogare le proprie emozioni. Evitate quindi di assumere cioccolata quando vi sentite in ansia, tristi o stressati e cercate invece di rimanere in ascolto delle vostre emozioni e dei vostri bisogni e di mangiare del buon cioccolato fondente con moderazione.

L’adolescenza è la fase della vita durante la quale l’individuo conquista le abilità e le competenze necessarie ad assumersi le responsabilità relative al futuro stato di adulto. Questo periodo di transizione dallo stato di bambino a quello di giovane adulto prevede una costante evoluzione e continue trasformazioni che spesso, dall’esterno, vengono scambiate per volubilità, instabilità, squilibrio e il genitore può trovarsi a percepire il proprio figlio come una persona improvvisamente diversa e “nuova”. Ma quando i rapidi e consistenti cambiamenti causano veramente una fase di disequilibrio che si può protrarre nel tempo? Quali sono i segnali di disagio più frequenti ai quali dover fare attenzione? Le manifestazioni del disagio del ragazzo o della ragazza possono essere rilevati attraverso una serie di segnali dei quali di seguito elenco alcuni dei più frequenti. Ci tengo a sottolineare che non si parla di diagnosi ma di segnali di stati di sofferenza, il cui senso e la cui rilevanza o meno vanno valutati caso per caso:

  • rabbia e aggressività (mi arrabbio con estrema facilità, perdo il controllo, odio tutti)
  • isolamento rispetto al gruppo dei coetanei (non ho voglia di vedere nessuno, non me la sento di uscire di casa)
  • disagio nelle relazioni con i coetanei (non riesco a parlare con gli altri, gli altri, nessuno mi ascolta, non riesco a farmi degli amici)
  • difficoltà ad affermare la propria personalità, crisi di identità (chi sono? non mi riconosco più?)
  • problemi scolastici (non mi importa niente della scuola, non riesco a dimostrare che sono capace, non sono intelligente)
  • disfunzioni nell'alimentazione (non ho fame, il cibo mi ripugna, oppure ho sempre fame, ci sono momenti in cui non riesco a smettere di mangiare, vomito quello che ho mangiato)
  • disagio rispetto al proprio corpo (non mi piaccio, sono cambiato e non mi piace come sono adesso)
  • dubbi sulla propria identità sessuale (non so se mi piacciono le ragazze o i ragazzi, ho il timore di essere gay, ho il timore di essere lesbica)
  • conflittualità con i genitori (non riescono a capirmi, mi trattano come se fossi un bambino, invadono i miei spazi, non li sopporto più)
  • angosce e paure (ho paura di stare da solo, in certe situazioni mi blocco, ho paura di quello che gli altri pensano di me)
  • ossessioni (ho dei pensieri che mi disturbano e che non riesco a controllare, mi lavo le mani in continuazione, accendo e spengo la luce senza motivo...)
  • autolesionismo manifestato attraverso pensieri o veri e propri comportamenti (ho pensato di suicidarmi, penso di farmi del male, mi taglio, faccio cose pericolose, bevo)
  • somatizzazioni cioè malessere fisico per cui è stata verificata l'assenza di una causa organica (mi viene spesso mal di testa, mi va a fuoco lo stomaco, ho la pelle sempre irritata)
  • sofferenze sentimentali (nessuno mi vuole, chi potrebbe amarmi così come sono)
  • difficoltà a riconoscere con chiarezza i propri obiettivi di vita (non so in che direzione andare, non so cosa voglio).

Ognuno di noi guarda la vita e il futuro in un modo diverso. Alcuni di noi vivono con preoccupazione ed ansia, focalizzano la propria attenzione sulle difficoltà incontrate o da affrontare, piuttosto che sulle gioie e i successi ottenuti; queste persone sono i cosiddetti pessimisti. Altri invece tendono a valutare la vita con serenità ed entusiasmo, considerano le difficoltà come opportunità di crescita, più che come insidie e ostacoli insormontabili; questi ultimi sono gli ottimisti.

In generale possiamo affermare che:

  • l’ottimismo è l’attitudine a giudicare favorevolmente lo stato e il divenire della realtà e della vita
  • il pessimismo è l’atteggiamento costante e sistematico di sfiducia nei confronti della realtà e della vita

Gli effetti negativi del pessimismo e delle emozioni correlate (rabbia, ansia, depressione…) sulla nostra salute sono facilmente riconoscibili, ma se è vero che uno stato cronico di sofferenza psicologica è tossico per il nostro organismo e la nostra mente, è anche vero che le emozioni opposte possono avere un effetto tonificante. Con questo non voglio affermare che l’ottimismo e le emozioni positive (la gioia, l’entusiasmo, la curiosità…) o una semplice risata cambierà il decorso della nostra giornata.

Diversi studi hanno messo in luce che i pessimisti più facilmente si arrendono di fronte alle difficoltà, hanno meno successo nel lavoro, cadono più spesso in depressione e si ammalano più facilmente. Al contrario le persone ottimiste rendono meglio nello studio, nel lavoro e nello sport. Inoltre sembra che gli ottimisti siano più abili nei test attitudinali e tendano ad essere scelti più spesso dei pessimisti quando concorrono a cariche dirigenziali. Infine si è rilevato che le persone ottimiste godano di uno stato di salute buono: infatti sembra che il loro sistema immunitario sia più efficiente e risentono meno dei consueti malanni fisici.

In uno studio (Goleman, 2011) venne valutato il livello di ottimismo o pessimismo di 122 uomini sopravvissuti ad un attacco di cuore. Otto anni dopo dei 25 uomini più pessimisti, 21 erano morti; dei 25 più ottimisti ne erano morti solo 6. La loro predisposizione mentale fu rivelatrice della loro possibilità di sopravvivenza più di qualunque altro fattore di rischio medico.

Ma perché alcune persone sono ottimiste e altre sono pessimiste? I pessimisti possono diventare ottimisti?

Per rispondere a queste domande farò riferimento agli studi di Martin Seligman (1996) che è un autorevole studioso del settore.

Seligman sostiene che alla base dell’ottimismo e del pessimismo ci sono due elementi:

  • la sensazione di poter esercitare o meno un controllo sugli eventi
  • il modo con cui ci spieghiamo ciò che ci accade

Le persone che si vivono come impotenti saranno, con maggiore probabilità, più pessimiste delle persone che, al contrario, credono di poter modificare circostanze ed eventi così da raggiungere obiettivi e successi desiderati.

Tuttavia la percezione di sentirsi impotenti o meno, cioè capaci di controllare ciò che ci accade o meno, si costruisce sulla base di come ciascuno si spiega gli eventi negativi o positivi con cui ha a che fare nella vita.

Seligman ritiene che ciascuna persona abbia un proprio stile esplicativo, cioè una propria modalità di interpretare le cause degli eventi: tale modalità si origina dalla visione che ciascuno ha del proprio posto nel mondo, dal percepirsi come persona degna di valore e meritevole oppure indegna e immeritevole. Nel primo caso avremo facilmente a che fare con una persona ottimista, nel secondo con una pessimista.

Nello specifico lo stile esplicativo è caratterizzato da tre dimensioni cruciali:

  • la permanenza: riguarda il tempo e il modo in cui ci spieghiamo gli eventi, le persone pessimiste credono che le cause dei propri successi o fallimenti perdurano nel tempo e non sono modificabili
  • la pervasività: riguarda invece lo spazio, alcune persone riescono a mettere da parte i loro problemi e ad andare avanti anche quando vivono un dolore in un campo importante della loro vita, altre persone invece tendono a mandare tutto in rovina
  • la personalizzazione: riguarda l’attribuzione causale degli eventi, ossia siamo noi stessi o i fattori esterni che causano gli eventi? Gli ottimisti tendono ad interpretare gli insuccessi come occasionali e circoscritti ed interpretano i successi come conseguenza delle loro qualità, i pessimisti fanno esattamente l'opposto

Possiamo quindi affermare che ottimisti o pessimisti non si nasce, ma lo si diventa. Secondo Seligman, l'ottimismo può essere appreso e, con sollievo di tutti i pessimisti, anch'essi possono sperare di diventare un giorno ottimisti, ma solo dopo aver imparato una serie di abilità, come il modo soggettivo di interpretare gli eventi, l’ottimismo quindi si può apprendere con l’esercizio e la flessibilità di pensiero.

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L’ottimismo è l’attitudine a giudicare favorevolmente lo stato e il divenire della realtà e della vita. Il pessimismo è l’atteggiamento costante e sistematico di sfiducia nei confronti della realtà e della vita.

Non esiste una risposta oggettiva a questa domanda.

Rivolgersi ad uno psicoterapeuta significa dare ascolto ad un’esigenza importante ed intima, che comporta due passi fondamentali: il primo passo è prendere coscienza del proprio stato di malessere e il secondo passo consiste nell'assecondare il desiderio di stare meglio e occuparsi di sé.

Sono molteplici le situazioni che possono motivare la richiesta di una consulenza psicologica. Spesso le difficoltà della vita stessa, o situazioni di disagio derivate da eventi specifici (lutti, separazioni, cambiamenti improvvisi…) oppure da sintomi specifici (ansia, panico, insonnia, depressione, insoddisfazione…) non ci permettono di stare bene, ci creano disagi che si protraggono nel tempo, interferiscono con la nostra vita e non riusciamo a gestirli. In questi momenti è necessario rivolgersi a uno “specialista della mente”, una figura professionale che ci aiuta a comprendere meglio cosa ci sta accadendo e ad avere una maggiore consapevolezza di noi e di ciò che ci circonda.

Sono profondamente convinta che la decisione di cercare aiuto ed affidarsi ad un aiuto professionale è segno di saggezza, buon senso e fiducia nel proprio potenziale. È scegliere di non stare più male.

La terapia è un investimento sulla propria vita e sul proprio futuro. Significa investire tempo ed energia per essere più cosciente delle difficoltà che ci creano sofferenza e per sviluppare nuove forme di accoglienza di se stessi e di risoluzione dei problemi.

Nel precedente articolo “Simbiosi sana e simbiosi patologica” ho affermato che nei rapporti di tutti i giorni le persone entrano ed escono continuamente dalla simbiosi con gli altri e che questo tipo di rapporti, a differenza delle dipendenza sane, comportano sempre una svalutazione.

Che cos’è la svalutazione?

La svalutazione può essere definita come un “ignorare inavvertitamente delle informazioni pertinenti alla soluzione di un problema” (Stewart – Joines, 2000).

Immaginiamo che io sia seduta in un bar per prendere un caffe, c’è molta gente e cerco di attirare l’attenzione del barista per ordinare il mio caffe, ma lui non mi presta attenzione, cerco di fare dei gesti e tento chiamarlo ma non ottengo nessuna risposta. Entra in gioco un comportamento di svalutazione nel momento in cui comincio ad avvilirmi perché nessuno mi presta attenzione, mi sento impotente e mi dico: “Per quanto io provi, non servirà a niente, sembra che nessuno mi veda”. Per arrivare a questa conclusione ho dovuto ignorare delle informazioni sulla realtà nel qui ed ora: il bar è pieno di gente, c’è caos e ho svalutato diverse opzioni per risolvere il mio problema: avrei potuto avvicinarmi al bancone del bar, alzare il tono della voce, agitare il braccio in modo più evidente…

Una svalutazione comporta sempre una sopravvalutazione: rimanendo impotente seduta al tavolino del bar e sentendomi afflitta, ho accreditato al barista un potere su di me che egli nella realtà non ha. Inoltre, una svalutazione non è mai osservabile, dato che non è possibile leggere nel pensiero degli altri.

Esistono dei comportamenti che ci possono aiutare ad individuare una svalutazione?

Ci sono quattro tipi di comportamenti che indicano sempre che stiamo effettuando una svalutazione:

  • L’astensione

Es: I membri di un gruppo sono seduti in cerchio, il leader chiede a ciascuno di dire cosa gli è piaciuto dell’incontro del giorno. L’esercizio inizia ed ognuno espone le proprie motivazioni, qualcuno si limita a dire “passo”, poi è il turno di Luca. C’è silenzio ma lui non fa niente e non dice nulla, rimane seduto con lo sguardo fisso nel vuoto.

Esibiamo un comportamento come l’astensione ogni volta che utilizziamo la nostra energia per impedirci di agire, anziché usarla per intraprendere un’azione. Una persona che esibisce questo comportamento si sente a disagio e vive se stessa come una persona che non pensa, sta quindi svalutando la propria capacità di fare qualsiasi cosa riguardo alla situazione.

  • L’iperadattamento

Es: Alessia ritorna a casa dopo una giornata di lavoro, vede che ci sono i piatti da lavare e che suo marito è in poltrona a leggere. Alessia dice: “Spero tu abbia avuto una buona giornata, è l’ora del tè vero?”, poi va in cucina, lava i piatti e prepara il tè.

Il comportamento di Alessia è un iperadattamento, si è adeguata a ciò che crede siano i desideri del marito e non si è fermata a pensare se voleva lavare i piatti, se non sarebbe stato più giusto che li lavasse il marito e non si è accorta che il marito non le aveva chiesto nulla. Ha agito senza verificare il desiderio dell’altro e senza nessun riferimento ai suoi bisogni. Una persona iperadattata speso viene vissuta dagli altri come fonte di aiuto, adattabile ed accomodante e a causa di questa accettabilità sociale, l’iperadattamento è il più difficile da individuare tra i quattro comportamenti passivi.

  • L’agitazione

Es: Sono ad un corso di musica ma sono seduta nell’ultima fila e non riesco a vedere cosa accade davanti. Più la lezione va avanti, più mi rendo conto che non riesco ad osservare le dimostrazioni pratiche del maestro. Metto giù la penna e inizio a tamburellare con le dita sul tavolo, poi comincio a muovere rapidamente i piedi.

La persona agitata svaluta la propria capacità di agire per risolvere un problema, si sente molto a disagio, usa tutta la sua energia per intraprende attività inutili e ripetitive nel tentativo di alleviare il suo disagio. Molti di noi hanno abitudini comuni che comportano agitazione: mangiarsi le unghie, fumare, torcersi i capelli, mangiare forzatamente…

  • L’incapacità o la violenza

Es: Isabella è una donna di 40 anni che vive con la madre, improvvisamente incontra un uomo e se ne innamora, decide quindi di comunicare alla madre che intende trasferirsi da lui. Un paio di giorni dopo la madre comincia ad avere strani sintomi ma il medico non rileva nulla. Isabella si sente in colpa per la decisione presa e valuta l’ipotesi di rimanere a casa con la madre.

Il comportamento della madre è una incapacità, la persona dice a se stessa che in qualche modo è incapace di fare qualcosa, svaluta la propria capacità di risolvere il problema e spera, inconsciamente, che attraverso il suo auto-rendersi incapace riesca in qualche modo a portare l’altro ad aiutarla.

Es: Dopo una furiosa lite col mio ragazzo mi ritrovo ad agire con violenza, tiro un piatto per terra e comincio a dare pugni alla porta, sto attuando comunque un comportamento passivo in quanto non è diretto a risolvere il problema.

La persona mettendo in atto comportamenti di incapacità o di violenza, lascia esplodere l’energia direttamente verso sé o gli altri in un disperato tentativo di costringere gli altri a risolvere il suo problema. Entrambi questi comportamenti di solito vengono a seguito di un periodo di agitazione, in cui la persona accumula energia che potrà scaricare poi in modo distruttivo e passivo.

Nel corso della nostra vita ci troveremo sempre di fronte ai problemi più inattesi, difficili, dolorosi… ora sappiamo che possiamo rispondere con comportamenti attivi e diretti a risolvere il problema, usando tutto il potere del nostro pensiero, delle nostre emozioni e delle nostre azioni, oppure possiamo svalutarci mettendo in atto un comportamento passivo e sperare che qualcuno simbioticamente venga a salvarci.

Nel precedente articolo Il Copione di vita: la storia della nostra vita scritta da noi stessi! ho spiegato che il Copione è un piano di vita inconscio basato su Decisioni prese ad un qualunque stadio dello sviluppo, che inibiscono e limitano la flessibilità nel risolvere problemi e nel relazionarsi agli altri (Erskine, 1980).

Le Decisioni vengono prese in risposta ai Messaggi di Copione che provengono prevalentemente dai nostri genitori (Stewart – Joines, 2000).

Come vengono trasmessi i Messaggi di Copione?

Ancor prima di essere capace di parlare il bambino interpreta i messaggi non verbali dei genitori. Ha una percezione acuta delle espressioni, delle tensioni corporee, dei movimenti, dei toni di voce. Se la mamma lo tiene stretto e al caldo, il bambino sentirà: “Io ti accetto e ti amo”, ma se la mamma lo tiene rigidamente, un po’ discostato da sé, il bambino può sentire: “Io ti rifiuto e non ti voglio vicino”. La mamma può essere del tutto inconsapevole delle proprie tensioni verso il suo bambino.

Quando il bambino comincia a capire il linguaggio, la comunicazione non verbale è ancora importante e la userà per interpretare le parole dei genitori. Ad esempio, il piccolo Marco porta a casa un nuovo libro ed inizia a leggere, il papà con tono aspro dice: “Hai letto male!”, Marco potrebbe interpretare le parole del papà così: “Non voglio averti intorno”.

I Messaggi di copione spesso sono espressi sotto forma di ordini diretti: “Sbrigati!”, “Non essere stupido!”, “Fai quello che ti ho detto!”. La potenza di questi Messaggi dipenderà da quanto sono ripetuti e dai segnali non verbali che li accompagnano.

Spesso al bambino non viene detto solo ciò che deve fare, ma anche quello che è: “Tu sei la mia bambina”, “Non ce la farai mai”, “Sei brava a leggere”. Il contenuto può essere positivo o negativo, diretto o indiretto: “Non è molto forte, sapete”. Spesso il bambino dà per scontato che tali messaggi siano la realtà e su questi si modella e si adatta.

Quali sono i Messaggi di Copione? Sono i comandi e i permessi.

In Analisi Transazionale definiamo Contro-ingiunzioni i comandi su cosa fare e cosa non fare, più alcune definizioni degli altri e della realtà. Tutti noi ne abbiamo ricevuti moltissimi. Eccone alcuni tipici: “Sii buono”, “Lavora sodo”, “Bisogna lavare i panni sporchi in casa”, “Non si dicono le bugie”.

In riferimento alle contro-ingiunzioni prendiamo delle Decisioni per adeguarci agevolmente al contesto sociale e questi comandi ci aiutano a non urlare a tavola, a non buttare a terra il cibo che non vogliamo… tuttavia ci sono dei messaggi che influenzeranno la nostra vita in modo negativo.

Ecco le cinque contro-ingiunzioni principali:

“Sii perfetto” – “Sii forte” – “Sforzati” – “Cerca di piacere” – “Sbrigati”

Se il bambino sente una coazione a seguire questi messaggi, vuol dire che è convinto di poter essere OK fintantoché obbedisce al comando. Può accadere quindi che da adulto lavorerò talmente tanto sodo da farmi venire un ulcera per lo stress, pur di seguire il comando “Sforzati”, oppure non mi esporrò mai in modo diretto e sarò sempre accomodante verso i desideri altrui, sopprimendo i miei bisogni per obbedire al comando “Cerca di piacere” .

Definiamo invece Ingiunzioni permessi. Le ingiunzioni non sono verbali, vengono avvertite sotto forma di emozioni, di sensazioni corporee e sono rispecchiate nel comportamento. Immaginate una madre con il suo neonato, nell’accudirlo la mamma potrebbe tornare indietro alla sua infanzia e potrebbe provare piacere dallo scambio di carezze, come le piaceva essere accarezzata quando lei stessa era molto piccola. È probabile che il neonato avverta: “Mamma mi vuole e le piace che io sia vicino a lei”. La mamma sta dando al neonato il permesso di esistere e di starle vicino. Tuttavia la mamma potrebbe invece avvertire qualcosa di diverso: “Tutto questo è pericoloso, ora c’è un nuovo bambino che dovrà avere tutta l’attenzione, quando otterrò attenzione io?”. La mamma potrebbe essere spaventata dal nuovo arrivo e potrebbe inconsciamente sentire un rifiuto verso di lui e quindi trasmettere al bambino “Mamma non ti vuole”.

I terapeuti Bob e Mary Goulding (1976) hanno elaborato un elenco di dodici Ingiunzioni base, sulle quali vengono prese le prime Decisioni negative di Copione:

“Non essere” – “Non essere te stesso” – “Non essere un bambino” – “Non crescere” – “Non riuscire” – “Non fare niente” – “Non essere importante” – “Non far parte” – “Non entrare in intimità” – “Non star bene” – “Non pensare” – “Non sentire”

Ad esempio il “Non sentire” può essere modellato da quei genitori che soffrono essi stessi per le loro emozioni e spesso in queste famiglie sono proibite le manifestazioni di emozioni.

Oppure un genitore potrebbe spesso sminuire il pensiero del figlio: Andrea tutto orgoglioso mostra al papà i suoi sforzi per scrivere il proprio nome, il papà storce il naso e dice: “Che genio che sei!”, il padre sta tramettendo l’ingiunzione “Non pensare”.

I Messaggi di Copione non possono costringere un bambino a scrivere il proprio Copione, è sempre il bambino che decide cosa fare dei comandi e dei permessi ricevuti. Può accettarli così come sono, può modificarli, può rifiutarli. I bambini sono attenti osservatori e in particolare osservano la propria mamma e il proprio papà e spesso pensano: “Quale è il modo migliore per ottenere ciò di cui ho bisogno, qui?”. A tal proposito nel precedente articolo definivo il Copione come la migliore strategia che abbiamo trovato da bambini per sopravvivere al mondo. 

Se pensate alla vostra vita sicuramente troverete Comandi e Permessi a voi famigliari e che condizionano la vostra vita quotidiana. Essere consapevoli di questi Messaggi è il primo passo per cominciare ad aggiornare il vostro Copione di vita.

 

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Le Decisioni vengono prese in risposta ai Messaggi di Copione che provengono prevalentemente dai nostri genitori.

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