Ansia

...E chi dice che essere timidi sia un male!?

Scritto da Dott.ssa Valentina Sparatore – Psicologa Clinica – Psicoterapeuta - Consultazione Genitoriale

Un comportamento timido è spesso considerato un pregio quando la timidezza è moderata. In generale, le persone timide tendono ad essere apprezzate per la loro riservatezza, sensibilità e rispetto dei protocolli sociali. Se sei moderatamente timido, dunque, nulla ti impedisce di goderti appieno la vita e raggiungere gli obiettivi a cui tieni.

Ma cosa succede quando questa timidezza diventa pervasiva?

 A tutti può capitare di sperimentare, talvolta, ansia o vergogna all’idea di parlare in pubblico o fare nuove conoscenze. Tuttavia, le persone che soffrono di una forma estrema di timidezza, pur rendendosi conto della irragionevolezza dei propri timori, si preoccupano di queste e altre cose settimane prima che accadano. La paura del giudizio degli altri, l’imbarazzo, la vergogna, i sentimenti di inadeguatezza e di inferiorità, possono risultare così intensi da rendere difficile lo svolgimento di quelle normali attività quotidiane che richiedono le interazioni con gli altri.

Timidezza versus ansia sociale

Se ti sembra che i vissuti sotto elencati ti descrivano, con molta probabilità soffri di ansia sociale:

·         Paura che qualcuno osservi quello che stai facendo.

·         Riluttanza a prendere accordi o anche a fare telefonate.

·         Difficoltà nel presentare un reclamo, anche se hai ragione

·         Paura di parlare in pubblico.

·         Tendenza ad evitare i luoghi dove ci sono molte persone.

·         Timori che i tuoi interventi possano essere giudicati, da chi ti ascolta, ridicoli o inappropriati.

·         Paura di essere criticato e di fare una brutta figura.

Queste paure si accompagnano ad alcune manifestazioni fisiologiche, tra le quali battito del cuore accelerato, eccessiva sudorazione, gola e bocca secca, rossore sul volto, tremore della voce, tensioni muscolari.

Quando la soluzione peggiora le cose

Questa forma di ansia non consente di utilizzare appieno le risorse personali, così ti può facilmente capitare di perdere la concentrazione, dimenticare le cose e trovare difficile dare un ordine logico a ciò che vuoi dire, proprio perché le emozioni prendono il sopravvento. A questo punto, il tuo incubo peggiore si realizza ed hai la “conferma” di essere inadeguato e incompetente, rimanendo così intrappolato in un circolo vizioso che ti porta a fare tutto il possibile per tenere lontano il disagio legato all’incontro con l’altro. L’insicurezza personale e i comportamenti di ritiro si alimentano a vicenda, così, un giorno dopo l’altro, ti ritrovi sempre più isolato, insicuro e triste.

Ansia sociale e bassa autostima

Generalmente, all’ansia sociale si accompagna una bassa autostima. Le persone che, nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, hanno ricevuto molte critiche (talvolta manifestate in modo meno esplicito, attraverso continui confronti), tendono a sentirsi spesso inadeguate e a sottovalutare le proprie capacità, finendo per sentirsi insicure. Oltre alle critiche, anche comportamenti genitoriali orientati al perfezionismo o all’ iperprotezione generano nel bambino scarsa fiducia in se stesso, che può alimentare la timidezza estrema.

Qualche trucco per gestire la timidezza

1.      Evita di evitare: tieni presente che continuare ad evitare le situazioni che ti creano disagio, le rende sempre più spaventose ai tuoi occhi, quindi, la prima raccomandazione che mi sento di farti, è di cominciare ad “evitare di evitare.”

2.      Comincia con chi ti è più vicino, finché non ti abitui ad avviare conversazioni: mantieni il contatto visivo, esprimi le tue idee e le tue emozioni piano, piano ti sentirai più a tuo agio e amplierai il tuo raggio di azione.

3.      Allenati con carta e penna! Scrivi l’interazione su un blocco notes e fai un po' di prove davanti allo specchio, finché non ti senti più a tuo agio.

4.      Non preoccuparti del giudizio degli altri: Parte del tuo malessere è legato all’immaginare le critiche degli altri nei tuoi confronti. Questo accade perché tu stesso ti critichi molto ma tieni presente che i tuoi giudizi negativi su di te non si basano su dati di realtà ma sull’idea negativa che ti sei fatto nella tua storia.

5.      Pratica la tua assertività e non aver paura di essere spontaneo. Se impari a esprimere le tue opinioni e a dire dei sani NO, gli altri lo apprezzeranno.

Cosa può fare la psicoterapia per la tua timidezza

Un percorso di psicoterapia specificatamente cucito su di te, può aiutarti a migliorare la tua autostima e ad avere più fiducia nelle tue capacità. Utilizzo un approccio integrato, che include anche tecniche all’avanguardia “evidence based” come l’EMDR.

Attacchi di panico... il primo passo fuori dal tunnel

Scritto da Dott.ssa Valentina Sparatore – Psicologa Clinica – Psicoterapeuta - Consultazione Genitoriale

Stai percorrendo il raccordo in macchina, è una bella giornata primaverile, ascolti la musica, la temperatura dell’aria è piacevolmente tiepida; è tutto ok. All'improvviso e senza una apparente buona ragione (o almeno così ti sembra), la testa diventa vuota, il battito del cuore comincia a rimbombare nel petto, un groppo alla gola, la sensazione di soffocare e il bisogno di respirare sempre più profondamente; il respiro si fa affannoso, gocce di sudore imperlano la fronte, ansimi, tutto ti sembra strano...distorto, le gambe tremano...

Ti assale una intensa paura; il primo pensiero è che si tratta di un attacco cardiaco, forse un ictus: stai per morire. Accosti velocemente la macchina e cerchi di chiamare qualcuno che ti venga a prendere e ti porti quanto prima al pronto soccorso... e nel frattempo prendi una decisione: se sopravvivi, il raccordo non lo farai mai più!

La spirale ha inizio

Si è trattato di un attacco di panico, la forma più acuta e intensa dell'ansia, che si presenta come una crisi che si consuma in circa 10 minuti. In genere, chi ha avuto uno o più attacchi di panico, tende ad avere paura che questa esperienza si ripresenti; così, la paura della paura porta ad evitare il raccordo, l'autostrada, la metro e così via. La persona non se ne rende conto ma, in realtà, non sta scappando dalla metropolitana, dal raccordo o dall'autostrada: sta fuggendo dal proprio panico e dal malessere che esso comporta, un malessere anche somatico che è molto importante imparare a decifrare, altrimenti, ogni tachicardia diventa il chiaro sintomo di un infarto, ogni giramento di testa è sicuramente un ictus e così via.

Comprendere gli aspetti organici dell’attacco di panico non equivale a guarire ma, certamente, ne è la premessa indispensabile.

Noi come gli animali

Per descrivere i molti effetti che l’ansia produce sul nostro corpo, può essere utile ricorrere ad una analogia con il mondo animale.

Immaginiamo un branco di bufali brucare l’erba sotto il sole della savana. Qualche esemplare cerca di insidiare una femmina; mangia, digerisce, si accoppia. E' sereno e tranquillo. La respirazione ed il battito cardiaco sono lenti e regolari. All'improvviso spunta un leone. Se il bufalo continuasse a brucare in tutta tranquillità, l’azione di caccia del leone finirebbe qua (e con successo).  Tuttavia, la natura non si arrende così facilmente ed ecco che scatta una condizione fisiologica del tutto diversa dalla precedente: il bufalo passa da uno stato di calma ad uno di allarme. Il corpo si prepara ad attaccare o fuggire dal predatore ma per fare questo, deve avere i muscoli pronti a scattare. La tensione estrema dei muscoli porta a tremori che possono manifestarsi con scosse fini o grossolane. I muscoli hanno bisogno di più ossigeno; niente di meglio che respirare di più. Respirando più del necessario, ci si sente come ubriachi, estranei alla propria persona, tutto attorno sembra alterato nella forma e nelle proporzioni. Possono comparire vertigini, brividi, formicolii alle estremità. Per far sì che questo ossigeno sia disponibile, il cuore batte molto rapidamente e la pressione aumenta. Questa intensa attivazione rappresenta per il nostro bufalo l’unica possibilità di salvarsi ma può essere angosciante se vissuta da una persona in coda sul raccordo o in un aereo, per di più in assenza di un famelico leone che possa ragionevolmente giustificarne la presenza.

Se si prova una intensa paura in situazioni che gli altri tollerano benissimo, è inevitabile pensare: “sto diventando pazzo, morirò…non ho il controllo...”

I primi passi fuori dal tunnel

Il primo passo per uscire dal tunnel è comprendere che si tratta di una reazione naturale del corpo di fronte ad una minaccia, quindi tieni a mente che anche se davanti a te non c’è un leone, il tuo corpo sta reagendo come se ci fosse, poiché evidentemente hai percepito uno stimolo come molto pericoloso per te. A questo punto, il tuo organismo ha avviato una catena di reazioni e sensazioni corporee di per sé innocue. L’attacco di panico ha luogo proprio nel momento in cui leggerai tali innocue sensazioni come molto pericolose per te. Ricorda che il pericolo di morte incombente non è reale. Tieni inoltre a mente che queste reazioni fisiche hanno un tempo limitato, con un inizio, una fase crescente ed una fine. Ciò vuol dire che al culmine dell’attacco c’è… la fine dell’attacco. Nulla di più.

Nel nostro studio, trattiamo il Disturbo di Panico attraverso un modello integrato che include l’utilizzo dell’EMDR, proprio in considerazione del fatto gli attacchi siano vissuti come eventi talmente angoscianti e imprevedibili, da indurre risposte di paura e/o impotenza anche estrema, esattamente come accade nel caso di importanti accadimenti traumatici.

Nella società odierna l’ansia fa ampiamente parte della vita quotidiana di ognuno di noi.
Viviamo in un mondo in cui i cambiamenti si susseguono rapidi, ogni giorno si scoprono nuovi rischi, pericoli, malattie, ogni giorno si sente parlare di “crisi”: nell'economia, nei valori di riferimento, crisi che investe la famiglia e le nuove generazioni, crisi nella rappresentazione del futuro. Insomma, molto più che in passato, il clima sociale sembra alimentare una certa quota di ansietà.
Tuttavia, ciò non basta per spiegare come mai ci può capitare di vivere periodi della nostra vita in uno stato di forte ansia.

Le nostre emozioni, infatti, rispondono sempre a logiche soggettive e spesso hanno radici profonde nella psiche e nella storia di ognuno di noi. Ansia ed inquietudine, in particolar modo, sono emozioni che possono aumentare sotto il peso dei conflitti e degli eventi dolorosi della propria vita.
Chi soffre d’ansia può avere difficoltà ad addormentarsi, si sveglia nel corso della notte e al mattino si alza con una sensazione di spossatezza.
Così, una forte ansia può diventare estenuante, tanto da generare sintomi tipici dello sfinimento, quali: tensione, infelicità, inattività, cefalea, dolori agli arti o alla schiena, tensione muscolare, tachicardia.

Il disturbo più costante e spiacevole spesso concerne proprio il sonno. Tutti questi sintomi possono naturalmente essere mutevoli e possono alternarsi a momenti di maggior benessere e ottimismo.
È importante, allora, saper distinguere tra l’ansia “normale” e l’ansia “patologica”.

Ansia "normale"

L’ansia “normale” è transitoria e proporzionata agli eventi, non incide sulla salute fisica e mentale, permette anzi un miglior adattamento, in quanto informa l’individuo sui pericoli a cui potrebbe andare incontro e lo indirizza nella ricerca di soluzioni adeguate al contesto. L’ansia “normale” è costruttiva: è una fonte di curiosità, intelligenza, apertura al mondo, provoca uno stato di tensione psicologica che aiuta la persona ad attivare risorse e capacità operative finalizzate alla risoluzione di un problema.
Nei casi in cui l’individuo non riesce a trovare soluzioni adattive per fronteggiare situazioni sconosciute o potenzialmente pericolose, l’ansia può perdere le sue caratteristiche funzionali ed assumere un carattere patologico, determinando vissuti di impotenza e di passività nel controllo delle proprie emozioni.

Dunque, un criterio differenziale tra la “normale” reazione ansiosa e l’ansia “patologica” è rappresentato dal fatto che la prima amplifica le capacità operative del soggetto, mentre la seconda le disturba inibendole e influendo negativamente sulle prestazioni.

 Ansia "patologica"

L’ansia “patologica” costituisce spesso un freno: paralizza, blocca, fa sentire impotenti.
È intensa, sproporzionata agli eventi, ha una durata ed un’intensità eccessive, è difficile da controllare e anche se talvolta se ne colgono le origini, questo disagio influenza in maniera consistente la propria vita. Spesso interferisce con lo svolgimento dell’attività lavorativa, in quanto insorgono continue preoccupazioni e dubbi assillanti (Ho pensato proprio a tutto? Sarò all’altezza del compito?…), oppure può influenzare il rapporto con gli altri e diventare motivo di apprensione, fin quando sarà sempre più difficile godere della compagnia delle persone.

L’ansia patologica, assume inoltre caratteristiche auto-invalidanti, per cui l’individuo perpetua comportamenti disadattivi per lunghi periodi di tempo, spesso giudicati dalla persona stessa come irrazionali e inadeguati. In tal caso, l’ansia diviene sia la causa, sia la conseguenza del nostro malessere.

Cosa fare quando l'animo si agita troppo?

Spesso chi soffre a causa di un disagio ansioso si rivolge in prima istanza al medico di base, nella speranza di essere aiutato a “liberarsi” da questa zavorra che limita pesantemente la propria vita. I farmaci in realtà possono offrire un sollievo, ma raramente sono da soli risolutivi.
Essi possono attenuare le componenti fisiologiche dell’ansia, tuttavia, in assenza di una rielaborazione, le cause più profonde dell’ansia e le modalità di risposta con cui affrontiamo gli stimoli per noi ansiogeni, rimangono immodificati.

È importante ricordare che un’ansia intensa può essere il segnale di una problematica più profonda che necessita di essere compresa. L’ansia è un “segnale d’allarme” che invita a fermarsi.
Per questo motivo, chi soffre d’ansia può trarre beneficio da un percorso di psicoterapia eventualmente affiancato da un intervento farmacologico. Quest’ultimo può favorire una comprensione più profonda del proprio disagio, stabilendo dei nessi tra il vissuto ansioso e le condizioni interne che lo generano e favorendo l’individuazione di meccanismi di risposta più adattivi e funzionali e che possono riportarci ad uno stato di benessere.

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