Dott.ssa Noemi Di Lillo Psicoterapeuta Roma

Dott.ssa Noemi Di Lillo Psicoterapeuta Roma

Siamo i soli depositari della nostra felicità

Sono Noemi Di Lillo, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta, iscritta all'Albo degli Psicologi e degli Psicoterapeuti del Lazio n 17119.

Lavoro presso lo "Studio di Psicoterapie e Supporto Psicologico" sito a Roma, in via Ludovico di Breme 11, zona Talenti - Monte Sacro.

Nella pratica clinica mi occupo di Psicoterapia per Adulti e Bambini, Consulenze e Sostegno Psicologico.

I principi guida che seguo nel mio lavoro sono la costruzione di un intervento centrato sulla persona, co-creatrice delle modalità di intervento e responsabile del proprio processo di cambiamento, il rispetto della libertà di ciascuno e della sua responsabilità nei confronti di sè e degli altri. Secondo la mia visione, la psicoterapia consiste nella riattivazione delle risorse e delle potenzialità che, per ragioni legate alla propria storia di vita, rimangono inespresse e oscurate.

Credere e sperimentare nel contatto quotidiano, che ogni persona abbia potere ridecisionale su di sè, mi sostiene e mi accompagna con fiducia in questo lavoro, mi conduce a scoprire e valorizzare la ricchezza interiore e personale che c'è in ognuno di noi. Credo nell'indiscutibilità dei valori della singola persona, che ci mettono nella condizione di essere gli unici responsabili delle nostre scelte e quindi depositari della nostra felicità.

URL del sito web: http://www.noemidilillo.it

Come aiutare un figlio a scegliere consapevolmente quando e come consumare alcol?

I ragazzi sempre più frequentemente bevono per superare difficoltà relazionali e assumere un ruolo all'interno del gruppo. In questi casi a voi genitori spetta un ruolo chiave: date il buon esempio, i modelli familiari hanno un’enorme importanza nell'indurre abitudini corrette, create un ambiente in cui la presenza dell’alcol è visibile, ma discreta e sempre moderata.

Parlate ai vostri figli fin da quando sono bambini dei danni e dei rischi legati all'alcol. Esordire con questo tipo di discorsi in età adolescenziale, quando tutto è soggetto a critica può ottenere l’effetto opposto e vostro figlio potrebbe rileggere le informazioni apprese solo come una vostra “esagerazione”.

I giovani per natura sono poco inclini al conformismo. E’ bene sfruttare questa naturale predisposizione per osservare e “smontare” insieme a loro la pubblicità sugli alcolici trasmesse dai media. Questo rappresenta anche un ottima occasione per incrementare la loro capacità critica di fronte ai messaggi pubblicitari spesso ingannevoli e fuorvianti.

Distinguete tra il consumo e l'abuso. E’ bene chiarire che il nostro stato psicofisico peggiora sotto l’effetto dell’alcol e una semplice serata con gli amici può diventare un pericolo se dopo aver bevuto prendo il motorino per tornare a casa.

Coinvolgete i vostri ragazzi nell'organizzazione di una festa, questo evento può essere l’occasione per dimostrare che ci si può divertire anche con le sole bevande analcoliche.

Spiegate che il nostro organismo richiede quantità sempre maggiori di alcol per provare le stesse esperienze di piacere, se l’obiettivo del bere è sentirsi più disinvolti e loquaci, questo nel tempo richiederà quantità sempre maggiori e si corre il rischio di diventare dipendenti dall'alcol.

Insegnate ai ragazzi a leggere le etichette, discutete e analizzate con loro le bottiglie e le lattine, questo vi farà sentire “alleati” con vostro figlio e rappresenta un’occasione per evidenziare particolari importanti, come ad esempio la gradazione alcolica.

La scuola può essere una grande alleata per spiegare l’azione neurotossica dell’alcol. Piccoli workshop ideati e condotti dai ragazzi stessi e rivolti ai coetanei possono essere molto efficaci in quanto diventa un esempio di educazione tra pari.

L’alcol è la sostanza ad azione psicoattiva più accessibile, economica e a più larga diffusione all'interno della nostra società. Una indagine del 2014 dell’ISTAT ha verificato che il 63% dei giovani dagli 11 anni in su consumano alcol. Traducendo in numeri, è possibile affermare che circa 14 milioni di giovanissimi consumano giornalmente bevande alcoliche.

 

Perché è esplosa l’emergenza alcol negli adolescenti? Cosa è cambiato rispetto alle generazioni precedenti?

In primo luogo possiamo dire che il consumo di alcol è considerato un comportamento normale e non più trasgressivo. Oggi bere è diventato un fenomeno di moda, ricercato, immagine di socialità e successo.

Un altro aspetto è che si beve smodatamente: non c'è più il gusto per il singolo bicchiere, ma la ricerca dello "sballo".

Ed infine, l'alcol è ormai la sostanza di ingresso nel mondo delle droghe, spesso i ragazzi si lasciano andare ad un mix di sostanze psicoattive: alcol, cannabis, ecstasy... e questo avviene più facilmente nei luoghi di aggregazione.

 

Perché i giovanissimi non devono bere alcol?

Per un adulto accompagnare il pasto con un bicchiere di vino o una birra quando si chiacchiera con gli amici è una piacevole abitudine. Per gli adolescenti è completamente diverso: l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda l'astensione totale da alcol fino ai 16 anni poiché può provocare danni seri al fegato e al cervello.

Dal punto di vista dell’apparato gastroenterico i ragazzi prima dei 16 anni non sono forniti del corredo enzimatico predisposto alla scomposizione e metabolizzazione dell’etanolo contenuto nelle sostanze alcoliche, provocando in tal modo gravi effetti anche sul Sistema Nervoso Centrale (memoria, inibizione, attenzione, astrazione…). Inoltre, l’alcol assunto in occasioni sociali espone i giovani a comportamenti a rischio come la guida pericolosa e comportamenti sessuali violenti e non protetti. Per questa ragione la Legge Italiana vieta la somministrazione di alcolici ai minori di anni 16.

  

Consigli ai genitori: come aiutare un figlio a scegliere consapevolmente quando e come consumare alcol?

Il Colloquio Psicologico: come si svolge il Primo Colloquio

Il Colloquio Psicologico: come si svolge il primo incontro con lo psicoterapeuta

Ogni volta che due persone si incontrano ci sono in realtà sei persone presenti.

Per ogni uomo ce n’è uno per come egli stesso si vede,

uno per come lo vede l’altro e uno per come egli realmente è.

(William James)

 

 

Il primo incontro non coincide con l'inizio della psicoterapia, ha come obiettivo principale la conoscenza reciproca e permette di sperimentare realmente come avviene una prima consulenza. Inoltre, si pone la base per cominciare a costruire quel senso di fiducia necessario affinché si consolidi la relazione terapeutica.

Solitamente, mi prendo un tempo di circa 3 sedute con l'obiettivo di mettere a fuoco la difficoltà della persona ed inserirla all'interno di una cornice di senso, inoltre si iniziano a definire gli obiettivi che si desidera raggiungere per sentire di stare bene con se stessi e gli altri.

In questi primi incontri ascolto ma pongo anche molte domande. Il mio modello di intervento è, infatti, semi-direttivo rispetto al processo; ciò significa che non rimango in silenzio; piuttosto intervengo per orientare il paziente nella ricerca delle informazioni che ci aiutino a comprendere cosa stia accadendo.

Tempo fa un paziente mi disse una frase nella quale mi ritrovo molto, rispetto al mio modo di lavorare: "non voglio qualcuno che mi dia delle risposte; sto piuttosto cercando qualcuno che mi faccia le domande giuste, grazie alle quali io possa trovare le mie risposte"

Al termine di questi primi incontri, solitamente entrambi ci siamo fatti una idea non solo della natura del problema ma anche dei possibili obiettivi; solo a questo punto il paziente deciderà se intraprendere il percorso insieme a me

Quando chiedere aiuto allo psicologo

Decidere di chiedere aiuto vuol dire darsi la possibilità concreata di cercare nuovi modi per risolvere uno stato di sofferenza che si sta vivendo, infatti nonostante il nostro desiderio di stare bene e i nostri sforzi di sollevarci, spesso accade che ci ritroviamo a vivere sempre la stessa situazione di disagio e di insoddisfazione.

Purtroppo molte persone vivono il “chiedere aiuto” come un fallimento, una sconfitta nell’ammettere di non essere riusciti a risolvere da soli i propri problemi, con il conseguente timore di essere giudicati deboli o ancora peggio “malati”. Eppure, molte persone sperimentano disagio e malessere, ma in pochi sono consapevoli dello stretto legame esistente tra i propri problemi attuali e i passati condizionamenti famigliari e ambientali vissuti ed ereditati nella propria infanzia. È per questo motivo che, per affrontare i problemi, tendiamo ad usare “metodi” che abbiamo imparato, osservato, sperimentato e che hanno avuto funzionalità nel passato ma che ad oggi sembrano non cambiare ciò che stiamo vivendo e la nostra sofferenza diventa ogni giorno più pesante.

Avere consapevolezza che anche il nostro modo di curarci di noi stessi e del nostro malessere può essere parte del problema è un passo molto importante. Lo psicologo – psicoterapeuta, in questo momento, ci può aiutare ad avere nuove informazioni, ci può aiutare a collegare passato e presente, rappresenta un “facilitatore” che ci accompagna nello scoprire le nostre risorse inesplorate, che ci aiuta ad “aggiornare” i nostri metodi di accostarci al nostro malessere con modalità che tengono maggiormente in considerazione i nostri bisogni attuali e la nostra voglia di essere liberi di essere felici nel qui ed ora.

Chiedere aiuto non è un segno di debolezza, è invece una voglia di impegnarsi per vivere a pieno delle nostre potenzialità e risorse, è una forma di maturità e di coraggio di voler cambiare il nostro stato emotivo e mentale, di voler essere felice.

 

Consulenza psicologica: cos'è e a chi è rivolto?

Il Servizio è rivolto al singolo individuo, ai genitori e alla famiglia.

La consulenza psicologica è un intervento breve (in genere pochi incontri) che si prefigge obiettivi specifici ed è rivolto alla promozione del benessere piuttosto che al disagio. Rappresenta, quindi, un supporto limitato nel tempo che pone al centro dell’attenzione l’analisi di una situazione problematica attuale, che può essere di natura affettiva, sociale, lavorativo, famigliare.

La consulenza psicologica non è una forma di psicoterapia, da essa infatti differisce per obiettivi, modalità di attuazione, tempi e metodi. L’obiettivo principale della consulenza psicologica è accrescere il benessere e migliorare la qualità della vita della persona, attraverso lo sviluppo dell'autoconsapevolezza, l’accettazione delle emozioni, la crescita e l’incremento delle risorse personali.

Il ruolo dello psicologo è quello di facilitare il lavoro della persona in modo da rispettarne i valori, le risorse personali e la capacità di autodeterminazione, al fine di “aiutarla ad aiutarsi”.

 

Le consulenze avvengono presso lo “Studio di Psicoterapia TALENTI” sito a Roma in Pietro Areatino 63, zona Talenti – Monte Sacro.

Per richiedere un primo incontro gratuito è sufficiente telefonare ai seguenti numeri:

In alternativa è possibile inviare un messaggio tramite l'apposita area del sito per chiedere informazioni sui nostri servizi di Consulenza psicologica.

 

Psicoterapia per adulti

La psicoterapia è uno spazio di ascolto e di sostegno nel quale il terapeuta lavora in sinergia con la persona per individuare la problematica centrale che crea malessere, per promuovere strategie che aiutino ad accrescere il benessere e migliorare la qualità della vita. Il trattamento psicoterapeutico è finalizzato quindi alla riduzione della sofferenza psicologica ma soprattutto alla realizzazione di se stessi e delle proprie potenzialità; all’aumento della consapevolezza del proprio funzionamento mentale e dei meccanismi interni che ci provocano disagio.

Come si lavora in psicoterapia?

La relazione tra la persona e lo psicoterapeuta è una relazione profonda basata sull’ascolto, la fiducia, l’alleanza e il lavoro di co-responsabilità verso un obiettivo comune. Il terapeuta ascolta l’altro con una mente “pulita”, “interessata”, “priva di giudizio”, permettendo al paziente stesso di imparare ad osservarsi e ad ascoltarsi.

La psicoterapia è generalmente un percorso più lungo rispetto una consulenza poiché il lavoro di terapia porta ad una modifica strutturale della personalità, non offre né soluzioni, né consigli, ma lavora su obiettivi concordati che permetteranno alla persona di riprendere il suo processo di crescita 

Da un punto di vista metodologico, considero fondamentale la stipulazione di un contratto di terapia come un presupposto di base per intraprendere un percorso di cambiamento. Per contratto intendo un impegno esplicito, sia del cliente sia del terapeuta, volto ad un ben definito obiettivo di cambiamento desiderato. È per questo che nella relazione terapeutica considero sia me stessa, sia il mio cliente nel ruolo di “co-protagonisti in creazione”.

Che cos’è il cambiamento in psicoterapia?

Con il termine cambiamento mi riferisco al recupero dell’autonomia intesa come capacità di utilizzare in modo responsabile le proprie risorse e competenze per fare delle scelte funzionali in relazione ai propri desideri e sulla base del proprio contesto specifico e attuale. Sostengo che l’autonomia si conquista con il recupero di tre capacità fondamentali: la consapevolezza, cioè la capacità di stare in contatto con il qui e ora dell’esperienza; la spontaneità, intesa come la capacità di reagire in modo libero scegliendo tra una ampia gamma di sensazioni, pensieri e comportamenti; l’intimità, ossia l’aperta condivisione con un’altra persona. 

Chi può rivolgersi ad uno psicoterapeuta?

Tutti possono rivolgersi ad uno psicoterapeuta. La psicoterapia è un percorso che può essere intrapreso da persone che soffrono di un disagio in particolare, ma anche da coloro che hanno il desiderio di imparare a conoscersi e rendersi più consapevoli di alcuni aspetti di sé.

Rivolgersi ad uno psicoterapeuta significa dare ascolto ad un’esigenza importante ed intima, che comporta due passi fondamentali: il primo passo è prendere coscienza del proprio stato di malessere o di bisogno e il secondo passo consiste nell’assecondare il desiderio di stare meglio e di occuparsi di sé.

Sono molteplici le situazioni che possono motivare la richiesta di una prima consulenza psicologica: spesso le difficoltà della vita stessa o situazioni di disagio derivate da eventi specifici (lutti, separazioni, cambiamenti improvvisi…) oppure da sintomi specifici (ansia, panico, insonnia, depressione, insoddisfazione…) non ci permettono di stare bene, ci creano disagi che si protraggono nel tempo, interferiscono con la nostra vita e non riusciamo a gestirli. In questi momenti è necessario rivolgersi a uno “specialista della mente”, una figura professionale che ci aiuti a comprendere meglio cosa ci sta accadendo e ad avere una maggiore consapevolezza di noi e di ciò che ci circonda.

Sono profondamente convinta che la decisione di cercare aiuto ed affidarsi ad un aiuto professionale è segno di saggezza, buon senso e fiducia nel proprio potenziale. È scegliere di non stare più male.

La terapia è un investimento sulla propria vita e sul proprio futuro. Significa investire tempo ed energia per essere più cosciente delle difficoltà che ci creano sofferenza e per sviluppare nuove forme di accoglienza di se stessi e di risoluzione dei problema.

 

 

Psicoterapia con i bambini

Ogni bambino, come essere umano, è unico e irripetibile: un mondo senza uguali che bisogno prima di tutto conoscere e amare, perché possa riconoscersi ed esprimersi nella sua originalità e nella sua capacità di attaccamento

(Romanini, 2010)

 

Cari genitori,

molto più spesso di quanto siamo disposti a pensare i bambini si sentono soli o cattivi o prigionieri. Hanno disperato bisogno di parlare e di essere ascoltati.

Quali cause possono portare sofferenza ad un bambino?

Le cause possono essere diverse. Può trattarsi di un blocco della crescita a seguito di problemi di salute o di ambiente, possono intervenire traumi, malattie, disagi, può essersi manifestata qualche situazione patologica o possono essersi presentate complicanze nel sistema famigliare, come succede nel caso di separazioni, divorzi, perdite, nuove nascite, traslochi, variazioni del clima abituale (Clarkson & Fish,1988).

I bambini sono estremamente attenti al loro ambiente di vita, a tutto ciò che può cambiarlo e trasformarlo. Sono sensibilissimi al clima emotivo che li circonda, hanno una straordinaria capacità di accogliere lo stato d’animo di chi sta loro intorno, respirano l’atmosfera di casa.

Quando e come inizia la terapia con un bambino?

La terapia con il bambino inizia con la prima vostra chiamata telefonica, perchè da quel momento in avanti il terapeuta che avete scelto inizierà a “pensare al vostro bambino”, a tenerlo in mente, a crearsi un’immagine di lui e a farsi un’idea di lui e di voi basandosi sul tono della vostra voce e sulle parole che avete usato.

Come sarà il primo incontro?

Il primo incontro avverrà tra “grandi” e in questa circostanza il terapeuta prenderà in considerazione il vostro punto di vista, ascolterà le vostre richieste rispetto un eventuale trattamento o incontri di sostegno, accoglierà e comprenderà il disagio e la sofferenza. Soprattutto, sin dal primo incontro il terapeuta vi aiuterà a riconoscere le risorse già presenti nel vostro bambino e, parallelamente, il vostro potenziale di aiuto nei suoi confronti. Vostro figlio non sarà soltanto un “bambino-problema”, ma diventerà un ragazzino da scoprire e da riconoscere nei suoi aspetti interessanti e affascinanti.

Cosa fa un bambino in terapia?

Il bambino in terapia gioca, disegna, parla, inventa storie… è bene ricordare che il gioco è esso stesso una terapia (Winnicott, 1971).

Attraverso il gioco è possibile comprendere in quale modo ciascun bambino interpreta il suo mondo, le sue posizioni esistenziale, le relazioni interne ed esterne. Si potrebbe addirittura dire che il bambino metta in scena il suo copione davanti al terapeuta, per il terapeuta, con il terapeuta.

Se il vostro bambino sta affrontato momenti difficili di confusione o disperazione, il terapeuta potrà intervenire proponendo esperienze correttive attraverso il gioco o la narrazione di storie, offrendo possibili integrazioni e arricchimenti ai messaggi genitoriali. È dunque fondamentale una relazione di fiducia, rispetto e attenzione tra la famiglia, il bambino e il terapeuta.

Quale è il ruolo dei genitori durante la terapia?

Attraverso la terapia vostro figlio trarrà sostegno nel suo sviluppo evolutivo e acquisirà una rassicurante consapevolezza del suo potenziare creativo e una adeguata accettazione dei propri limiti. In questo processo è indispensabile il supporto dei genitori, basato sula convinzione, la determinazione e la fiducia nel vostro bambino e nella terapia.

Il bambino potrà così vivere in terapia i grandi permessi della vita: il permesso di essere un bambino (non un adulto precoce), di essere sano, di crescere, di amare e di essere amato, di pensare, di sperimentare e sperimentarsi, di essere riconosciuto, di avere successo (Romanini, 1999).

 

Tratto da “Lettera ai genitori” (Munari Poda D., A letter to Parents about Child Therapy, in TAJ, Vol. 33, n. 1, 2003).

 

Psicoterapia con gli adolescenti

L’adolescenza è un “periodo critico”

Spesso accade che i ragazzi, nel periodo dell’adolescenza, abbiano delle "battute di arresto" che si manifestano con improvvisi crolli scolastici, chiusura apparentemente immotivata, tristezza, perdita di interessi, aggressività, comportamenti eccessivamente disinibiti, condotte a rischio come abuso di alcolici e sostanze. Il genitore può trovarsi a percepire il proprio figlio come una persona improvvisamente diversa e “nuova”.

Nella maggior parte dei casi questi comportamenti sono i segnali tipici della fatica che il ragazzo sta affrontando nel superare in modo adeguato i "compiti" di questa fase evolutiva: la definizione di una propria identità e autonomia, le gestione dei sentimenti ambivalenti verso i genitori, la comprensione e il rispetto per un corpo che sta cambiando, la gestione di pensieri e pulsioni fino ad ora sconosciuti.

E' importante non sottovalutare questi segnali di disagio al fine di permettere al ragazzo di riprendere nel più breve tempo possibile il suo percorso di crescita, evitando rischiosi “blocchi evolutivi”.

Quali sono i segnali di disagio ai quali prestare attenzione?

  • rabbia e aggressività (mi arrabbio con estrema facilità, perdo il controllo, odio tutti)
  • isolamento rispetto al gruppo dei coetanei (non ho voglia di vedere nessuno, non me la sento di uscire di casa)
  • disagio nelle relazioni con i coetanei (non riesco a parlare con gli altri, gli altri, nessuno mi ascolta, non riesco a farmi degli amici)
  • difficoltà ad affermare la propria personalità, crisi di identità (chi sono? non mi riconosco più?)
  • problemi scolastici (non mi importa niente della scuola, non riesco a dimostrare che sono capace, non sono intelligente) • disfunzioni nell’alimentazione (non ho fame, il cibo mi ripugna, oppure ho sempre fame, ci sono momenti in cui non riesco a smettere di mangiare, vomito quello che ho mangiato)
  • disagio rispetto al proprio corpo (non mi piaccio, sono cambiato e non mi piace come sono adesso) • dubbi sulla propria identità sessuale (non so se mi piacciono le ragazze o i ragazzi, ho il timore di essere gay)
  • conflittualità con i genitori (non riescono a capirmi, mi trattano come se fossi un bambino, invadono i miei spazi, non li sopporto più)
  • angosce e paure (ho paura di stare da solo, in certe situazioni mi blocco, ho paura di quello che gli altri pensano di me)
  • ossessioni (ho dei pensieri che mi disturbano e che non riesco a controllare, mi lavo le mani in continuazione, accendo e spengo la luce senza motivo...)
  • autolesionismo manifestato attraverso pensieri o veri e propri comportamenti (ho pensato di suicidarmi, penso di farmi del male, mi taglio, faccio cose pericolose, bevo)
  • somatizzazioni cioè malessere fisico per cui è stata verificata l'assenza di una causa organica (mi viene spesso mal di testa, mi va a fuoco lo stomaco, ho la pelle sempre irritata)
  • sofferenze sentimentali (nessuno mi vuole, chi potrebbe amarmi così come sono)
  • difficoltà a riconoscere con chiarezza i propri obiettivi di vita (non so in che direzione andare, non so cosa voglio)

Perché rivolgersi ad un terapeuta?

Se un ragazzo si trova a vivere uno di questi “segnali di sofferenza” può rivolgersi al terapeuta per mettere a fuoco l'ostacolo che sta impedendo lo svolgersi del suo percorso di crescita e per scoprire le proprie risorse e competenze rimaste inespresse.

Quanto dura una terapia con un ragazzo adolescente?

La durata temporale è tendenzialmente breve, in quanto cerca di favorire l'autonomia e il fisiologico percorso di emancipazione che un adolescente deve affrontare.

Che succede dopo che un genitore chiama per prendere appuntamento?

Spesso i genitori che si rivolgono a uno psicoterapeuta per una prima consulenza hanno difficoltà a coinvolgere il proprio figlio: si aspettano un suo rifiuto, temono che lui non ne senta il bisogno, non sanno se e come potranno convincerlo, dato che “ormai è abbastanza grande”.

Un punto di partenza fondamentale è quello di essere sinceri, se un ragazzo manifesta delle difficoltà è importante possa sentire che i propri genitori ne sono consapevoli e che hanno a cuore il fatto di affrontare la questione.

Inoltre in presenza di un adolescente, diventa molto importante la costruzione di un’alleanza con il terapeuta basata su una questione fondamentale: il terapeuta non rivelerà ai genitori i contenuti specifici che verranno confidati nel colloquio. Il tutto si pone nell'ottica fondamentale di poter favorire la massima collaborazione attiva da parte del ragazzo, che possa sentirsi quanto più possibile libero di manifestare i propri pensieri ed emozioni in terapia.

 

L’autostima ha un forte impatto sul nostro benessere, influenza il senso di autoefficacia, il tono dell’umore, le relazioni affettive, in generale, influenza le nostre scelte e quindi il successo che raggiungiamo nella vita.

L’autostima viene determinata da informazioni oggettive e soggettive, riferite a tre tipi di sé:

  • Sé reale: ossia la valutazione oggettiva delle nostre competenze
  • Sé percepito: è la visione soggettiva di quelle abilità, caratteristiche e qualità che sono presente o assenti
  • Sé ideale: è l’immagine della persona che desideriamo essere ed è influenzato dalla cultura e dalla società: “vorrei essere….”

 

I problemi legati all’autostima nascono dalla discrepanza tra sé ideale e sé percepito.

Le persone con alta autostima appaiono sicure, non hanno paura di sbagliare, sono capaci di stabilire buone relazioni con gli altri, hanno la capacità di percepirsi e rapportarsi a sé in modo realistico e positivo, sanno valorizzare le proprie abilità e tengono sotto controllo i propri difetti e le parti del carattere meno amate.

Le persone con bassa autostima spesso hanno difficoltà relazionali, dipendono dal giudizio altrui e hanno un bisogno costante di essere stimati dagli altri, soffrono di ansia, si sentono insicuri. Soprattutto non si sentono di realizzare i propri obiettivi e aspirazioni.

Fortunatamente l’autostima è una caratteristica dinamica e può essere modificata e rafforzata, evolve nel tempo, non si nasce con una alta autostima, ma questa va curata, coltivata e alimentata.

Durante il seminario verranno presentate le caratteristiche principali dell’autostima e le strategie finalizzate a potenziarla, inoltre, avremo modo di fare esercizi pratici ed esempi concreti per capire come la nostra autostima influisce sulla nostra vita.

Le persone che vogliono saperne di più e che sono interessate ad iniziare un percorso di conoscenza su questo tema, possono prenotarsi cliccando qui.

 

 

Lo scorso sabato, come sapete, ho tenuto un seminario dedicato al tema dell’Autostima nell’ambito del Mese del Benessere psicologico. E’ stata un’interessante mattinata ricca di spunti di riflessione e di confronto nati anche dalle domande dei partecipanti. Ecco un piccolo riassunto dei temi approfonditi durante il seminario.

Abbiamo risposto a quattro domande fondamentali.

1- Che cos’è l’autostima?

Innanzitutto una definizione di “autostima”: è l’atteggiamento che ciascuno ha nei confronti di se stesso a livello cognitivo (Cosa penso di me?), a livello emotivo (Cosa provo per me?) e a livello comportamentale (Cosa faccio per me?). I problemi di autostima nascono dalla discrepanza tra il Sé ideale (Come vorrei essere?) e il Sé percepito (Come mi vedo?). Insieme abbiamo tracciato il profilo di una persona con bassa autostima ed una persona con alta autostima anche a partire dalle esperienze di tutti.

2- Cosa influenza quotidianamente la mia autostima?

Per rispondere alla seconda domanda ho illustrato i temi delle valutazioni interne (Cosa dico a me stesso?) e delle valutazioni esterne (Cosa dicono gli altri di me? Che impatto ha su di me?). In particolare ho approfondito e spiegato come le nostre opinioni, i nostri comportamenti e le nostre aspettative, influenzano la nostra autostima creando un ciclo di rinforzo o di indebolimento.

3- Come posso proteggere la mia autostima?

Attenzione alla critica interna! La critica è la voce interiore che ci attacca e ci giudica e le persone con bassa autostima hanno una voce critica molto forte. Durante il seminario abbiamo visto come riconoscere la propria critica e come identificarne i messaggi nascosti.

Attenzione alle distorsioni cognitive! Come leggiamo la realtà? Le distorsioni sono “abitudini” di pensiero con le quali interpretiamo la realtà. Questo argomento ha suscitato particolare interesse, in quanto ognuno dei partecipanti si è riconosciuto in qualcuna delle distorsioni cognitive presentate.

Attenzione ai "devo"! I “devo” stabiliscono le regole su come vivere e sono la base da cui attingiamo i nostri pensieri critici o distorti. Insieme ai partecipanti abbiamo elencato alcuni tra i “devo” più comuni e abbiamo identificato alcune domande che ci possono aiutare ad individuare i nostri “devo”, passo fondamentale per cercare di ridimensionare il senso di obbligo e il senso di colpa.

4- Come posso potenziare la mia autostima?

In conclusione, alcuni tra i concetti fondamentali che supportano l’autostima: la comprensione e la benevolenza che nutriamo per noi stessi, sono l’essenza dell’autostima. Quando ci rivolgiamo a noi con questi sentimenti, tendiamo ad accettare i nostri errori, scegliamo obiettivi raggiungibili, nutriamo aspettative ragionevoli per noi stessi, siamo in grado di essere empatici con noi e gli altri, possiamo diventare assertivi nell’esprimere i nostri bisogni e i nostri desideri.

Ma come riuscire a comprendersi? Come possiamo affermare il nostro valore? Come gestire i propri errori? Che vuol dire essere assertivi? Gli spunti da cui partire per rispondere a queste domande sono molti e meriterebbero di essere approfonditi singolarmente, magari in un altro seminario.

Il dibattito finale mi ha confermato la grande attenzione che viene posta all’autostima in riferimento ai ragazzi, ai figli, sempre più a rischio di scarsa autostima come dimostrano recenti statistiche; attenzione anche al tema dell’assertività sui luoghi di lavoro e al come affrontare, con se stessi, i sensi di colpa.

Ringrazio quanti hanno preso parte alla mattinata e hanno contribuito attivamente alla riuscita dell’incontro. Spunti e domande mi saranno utili per i prossimi seminari. E ringrazio anche il Mese del benessere psicologico che non finisce qui: l’iniziativa SIPAP continua e tutti gli psicologi coinvolti, me inclusa, sono a disposizione per consulenze gratuite.

 

 

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